Flop del campo largo: centro sfrattato, sinistra in rivolta
Quella che doveva essere la "volata" verso le Politiche del 2027 si è trasformata in una falsa partenza segnata da una piazza tutt’altro che strabordante
I leader del campo largo ( da destra) Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni con il presidente della Campania Roberto Fico , in piazza del Gesù a Napoli l' 8 luglio alla prima manifestazione nazionale della coalizione
A Napoli, il flop del “campo largo” ristretto: in scena una piazza fredda, un centro sfrattato e una sinistra in rivolta.
A Napoli il flop del “campo largo”
Il rinnovato battesimo del sedicente “fronte unitario” anti-Meloni nella Piazza del Gesù del capoluogo campano non è stato il bagno di folla sperato, ma una gelida doccia di realtà.
Quella che doveva essere la “volata” verso le Politiche del 2027 si è trasformata in una falsa partenza segnata da una piazza tutt’altro che strabordante, recinzioni metalliche che hanno trasformato il comizio in un evento di passaggio per turisti curiosi e, soprattutto, da una frattura ideologica insanabile.
L’illusione dell’unità: il “centro” finisce sotto il tappeto
Il primo grande paradosso del “campo largo” presentato a Napoli, la sua natura “ristretta”. Mentre i leader Elly Schlein e Giuseppe Conte sfilavano sul palco, la strategia plastica emersa era quella del depotenziamento scientifico di Matteo Renzi. L’obiettivo è chiaro: tenere Italia Viva lontana dai tavoli programmatici per evitare che l’ex rottamatore possa continuare a scardinare ciò che finora non è stato (ancora) incardinato.
Un cinismo politico che avrebbe dovuto suggerire al sindaco partenopeo Gaetano Manfredi — “padrone di casa” ma politicamente vicino all’area riformista — un silenzio prudente mentre la coalizione sacrificava pubblicamente l’area moderata sull’altare dei veti incrociati tra Pd e 5 Stelle.
Invece, Manfredi era lì, figurina nella photo opportunity insieme al governatore Roberto Fico.
Nella piazza, la rabbia della sinistra antagonista
“Solo parole sul lavoro”. La manifestazione è stata paralizzata per oltre dieci minuti dalle grida di Potere al Popolo e del Movimento Disoccupati 7 Novembre. L’accusa lanciata dai manifestanti, brutale: il campo largo ha rinunciato a “fare la sinistra”. Mentre Schlein dal palco declamava la “settimana corta” e il “salario minimo”, la piazza rispondeva con cori di “Buffoni” e “Traditori”.
Emblematico, qui, l’attacco diretto al sindaco Manfredi, interrotto dai fischi proprio mentre tentava di accreditarsi come garante della coalizione. La rabbia dei movimenti sociali punta il dito contro le politiche amministrative locali.
A Napoli si contesta una gestione delle società partecipate che consente contratti dai salari considerati offensivi, rendendo le promesse nazionali del campo largo sul lavoro nient’altro che vuota retorica elettorale.
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Le reazioni
Invece di rispondere nel merito alle critiche sul salario e sulla precarietà, sul palco si è assistito allo spettacolo di un Angelo Bonelli visibilmente scosso. Il leader dei Verdi ha reagito con durezza, definendo la contestazione di Potere al Popolo una “vergogna” e un “capolavoro per i fascisti”. Un’accusa di complicità con la destra che ha palesato l’incapacità dei vertici di gestire il dissenso nella propria pretesa “roccaforte”.
Il risultato finale? Un clamoroso autogol politico che ha permesso a Giorgia Meloni di vestire i panni della garante delle libertà democratiche, offrendo ironicamente solidarietà a quegli stessi avversari che non riescono nemmeno a tenere unita una piazza nel cuore di Napoli.
Se il “laboratorio campano” doveva servire a testare la tenuta del campo largo, il verdetto di Piazza del Gesù è senza appello: tra veti al centro e contestazioni a sinistra, per ora restano solo le barricate e i programmi rinviati. Prossima fermata: Padova. Ma, con queste premesse, la strada sembra ancora tutta in salita.
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