Parola d’ordine: autonomia
Il gap energetico che separa Italia ed Europa dalle grandi potenze
Autonomia, ovvero: per l’Europa è finita, da un bel po’, l’età dell’innocenza. L’iniziazione, per le Amélie di Bruxelles, è stata di quelle pesantissime. Manca tutto. Perché, e ora l’hanno capito pure loro, manca l’autonomia. E se si dipende da tutto il mondo per (quasi) tutto, è normale, poi, ritrovarsi – senza manco aver capito né come e né perché – alla mercé del primo bullo, come Trump, o dell’interessatissimo “amico”, come Xi. La grande lezione che l’Ue avrebbe dovuto imparare è che il mondo gira un po’ come gli pare e che no, non basta produrre tonnellate di carte (né digitalizzarle), per imprimere la propria influenza al globo. Ecco, vedete l’Ai. Qualche anno fa, a Bruxelles, esultarono perché la Ue fu il primo ente a pretendere di legiferare e regolamentare il fenomeno. Peccato, però, che nel resto del pianeta, a nessuno – ma proprio nessuno – sia venuto in mente nemmeno di sfogliare le pagine dell’Ai Act per capire cosa ci fosse scritto.
L’autonomia non si fa per decreto: il caso minerali critici
Il problema, specialmente per quanto afferisce il comparto hitech, è destinato solo ad aggravarsi. L’ultimo rapporto dell’Iea, l’agenzia internazionale dell’energia, riferisce che le supply chain dei minerali critici si stanno ulteriormente restringendo. A tenere in mano il mercato della raffinazione sono, manco a dirlo, le imprese cinesi. A cui s’affiancano quelle indonesiane. Gli Stati Uniti si stanno impegnando molto per tentare di smarcarsi ma, se tutto andrà bene, riusciranno a contenere le quote del maggior fornitore entro il 75% e non prima del 2035. E solo grazie alla Malesia. Se gli Usa stanno messi così, figuriamoci l’Europa. Il guaio è che, come mette in chiaro l’Iea, da una quantità tutto sommato modica di minerali critici dipende il successo (e la sopravvivenza) di intere catene del valore.
Come inguaiammo l’automotive europeo
Le stime riportate dall’Agenzia internazionale dell’energia parlano di un valore complessivo di produzione e di affari, fuori dalla Cina, pari a 6.500 miliardi di dollari. Per farsi due conti: si tratta di un valore pari all’intera ricchezza di tutte le famiglie italiane. Una somma enorme. Che, a proposito di un mondo impazzito, è la stessa che Donald Trump ha fatto bruciare ai mercati nei primi cento giorni del suo secondo mandato alla Casa Bianca. E, purtroppo, il buongiorno (anzi il cattivissimo periodo) dei mercati, si è visto dall’albeggiare del ritorno del tycoon alla presidenza Usa. Ma questa è un’altra storia, per quanto sia collegata. La Cina, in questo ambito, ha un potere vero. Che ha coltivato per anni e che esercita su una vastissima parte delle economie globali. Dal digitale fino all’automotive. In particolar modo quello elettrico, tanto caro all’euroburocrazia. È bastato, a Pechino, stringere un po’ i cordoni e l’Europa è finita in ginocchio mentre le imprese asiatiche dell’automotive, per la prima volta da sempre, a giugno scorso hanno esportato qualcosa come un milione di nuovi veicoli.
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Senza energia, affamati di autonomia
La speranza, a Bruxelles, sta nell’economia circolare. E su questo, l’Italia, è in ottima posizione. Recuperare minerali utili per chip, sensori e chissà cos’altro, dai rifiuti, che ora rappresentano una miniera strategica per Bruxelles. Intanto che i giacimenti scoperti (e già strombazzati con clamore a suo tempo) in Svezia entrino finalmente a regime. E ci vorranno (ancora) anni. Chissà se, quando si potrà estrarli (e raffinarli), ci sarà ancora un’industria in Europa. Alla Camera, l’ad Eni Descalzi ha ricordato che, a prescindere da come finirà tra Usa e Iran, il passaggio a Hormuz non sarà più come prima. Il rischio sale. E ciò vorrà dire che i prezzi, fatalmente, aumenteranno. Se non altro per far fronte al costo dei noli, che cresceranno, e delle assicurazioni, che saranno sempre più proibitive. A quel punto, credere di poter sperare che l’inflazione cali al 2% nel 2027 come s’è affermato all’ultimo Ecofin, è più una petizione di principio che uno scenario plausibile. Il petrolio, magari, potrà bypassare lo Stretto. Ma sarà del tutto inutile perché in Europa, ha ricordato lo stesso Descalzi, la capacità di raffinazione è scesa del 20%. Tutto in nome del green.
Il prezzo delle guerre, la fine dell’età dell’innocenza
La conseguenza è che basta un drone ucraino che bombarda l’ennesima raffineria russa (già, perché la guerra non c’è solo in Medio Oriente) per complicare, maledettamente, la situazione energetica. Non basterà tagliare le accise. Due euro al litro è già una (mezza) normalità. Anche per la benzina. Il problema sarà quando, come già accede per il jet fuel, non ne arriverà abbastanza per soddisfare la domanda. E saremo costretti a prenderne, a caro prezzo, in giro per il (resto del) mondo. A cominciare dagli amici americani, sempre più presenti, esosi e ingombranti nel mercato energetico europeo. L’Europa ha scoperto, suo malgrado, di non bastare a se stessa. E che no, i regolamenti non servono a salvare il Vecchio Continente dal destino di subalternità cui decenni di politiche sballate sembrano averla consegnata. È finita l’età dell’innocenza.
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