Gemitaiz paghi per quello che ha detto
Il rapper Gemitaiz ha insultato la polizia sul palco a Francavilla al Mare.
C’è un video che circola da qualche giorno, ripreso da diverse pagine social dedicate al rap, e che racconta un episodio tanto banale quanto sintomatico. Durante un concerto, le forze dell’ordine effettuano un controllo antidroga con le unità cinofile, come previsto dalla legge.
Gemitaiz, dal palco, non la prende bene, e lo dice a modo suo: definisce le forze dell’ordine “mrde” che “vengono ancora a cgare il czzo ai ragazzi”, aggiungendo poi che gli dispiace che “‘ste mrde” continuino a presentarsi ai concerti.
Parole già passate su più pagine, con tanto di sottotitoli — non nascono da un’illazione ma da un fatto documentato.
Ed è qui che casca l’asino, o meglio: casca il microfono. Perché non stiamo parlando di un cittadino qualunque che si sfoga al bar dopo un controllo scomodo, ma di una persona con un palco, migliaia di giovani davanti e un megafono mediatico che il cittadino medio non ha.
Quando chi ha questo megafono lo usa per insultare pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, non fa satira: fa istigazione a considerare illegittimo un controllo legittimo. Il punto non è la libertà di parola, che resta intoccabile.
Il problema
Il punto è la differenza tra criticare una legge e delegittimare chi la applica. Chi non condivide i controlli antidroga ai concerti ha tutti gli strumenti democratici a disposizione — proposta, petizione, urne. Quello che non può fare è chiamare “m*rde” chi indossa una divisa per mestiere, e poi fare la vittima quando gli si fa notare che ha sbagliato bersaglio.
C’è anche un problema di uguaglianza: un cittadino qualsiasi che insultasse un pubblico ufficiale in servizio si troverebbe una denuncia per oltraggio a casa in poche settimane. Se lo fa un rapper da un palco davanti a ventimila telefoni, diventa contenuto virale.
Uno Stato di serie A e B
Ecco lo Stato di serie A e serie B che nessuno vuole ammettere di aver costruito. Ed è proprio per questo che, stavolta, ci si augura che la vicenda non si esaurisca nell’ennesimo titolo acchiappa-clic e nell’ennesima scrollata di spalle collettiva.
Ci sono video, ci sono testimoni, ci sono migliaia di persone che hanno ripreso la scena con il proprio telefono: il materiale per accertare i fatti non manca.
Gemitaiz insulta la polizia: cosa ci si aspetta?
Ci si augura che qualche pubblico ministero, tra i tanti che sanno essere solertissimi quando la vittima veste una casacca politicamente scomoda, trovi il tempo e la voglia di aprire un fascicolo anche quando a essere offesi sono i poliziotti e i loro cani.
Ci si augura che questa volta la notorietà non funzioni da scudo, ma semmai da aggravante: chi arriva a più persone ha una responsabilità maggiore, non minore, nel misurare le parole.
E ci si augura, soprattutto, che lo Stato faccia — una volta tanto, fino in fondo — il proprio dovere: che chi ha calpestato pubblicamente il lavoro di chi lo Stato lo rappresenta paghi per intero il conto che la legge prevede, senza sconti di popolarità e senza applausi a coprire la sentenza.
Chi sale su un palco pagato in parte anche grazie a un Paese che garantisce ordine pubblico, sicurezza ai concerti e strade percorribili per arrivarci, dovrebbe essere il primo, non l’ultimo, a rispettare chi quell’ordine lo garantisce.
Il coraggio di cambiare le regole
Il coraggio non è insultare chi ti controlla lo zaino: il coraggio è cambiare le regole che non condividi nelle sedi che la democrazia mette a disposizione.
Tutto il resto è solo un ottimo modo per fare ascolti, e un pessimo esempio per chi in platea ha sedici anni.
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