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Il Sud cresce (ancora) più del Nord ma non durerà

La fine del Pnrr può azzoppare il Sud ma la guerra, oltre alla crisi energetica, può far male al Paese: ecco perché

di Cristiana Flaminio -


Il Sud cresce più del Nord. Ed è un titolo a cui, da quando è cominciato il percorso, non sempre linearissimo, del Pnrr ci siamo, più o meno, abituati tutti. La spesa pubblica pesa, eccome, sulle chance di sviluppo del Mezzogiorno. E ora che sta per finire, al solito, fioccano le preoccupazioni. Insieme, naturalmente, alle analisi e alle previsioni. Complicate, tutte, da una variabile impazzita che nessuno (almeno in Europa…) può governare adesso. Quella della guerra, anzi delle guerre e la crisi energetica. Anzi, le crisi energetiche.

Il Sud cresce più del Nord

Il Sud, comunque andrà quest’anno, crescerà più del Nord. Le stime Svimez per il 2026 riferiscono che il Pil meridionale aumenterà dello 0,8 per cento grazie, soprattutto, agli ultimi scampoli del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un’eredità, questa, che si farà sentire e che garantirà, anche per quest’anno, il sorpasso sul Centro-Nord che, invece, rimarrà “inchiodato” a un più basso aumento percentuale stimato nello 0,7%. A dircela tutta, il Sud avrebbe potuto (e dovuto) fare anche meglio quest’anno. Considerando, chiaramente, il punto di partenza e quello di arrivo. Il divario, una volta tanto positivo, è di un solo decimo di punto. Ma l’ultimo sprint avrebbe dovuto essere più imperioso. Considerando che è stato riservato proprio al 2026 l’investimento più copioso, con ben 9,3 miliardi di risorse Pnrr. Se lo fosse stato, si sarebbe dimostrata l’utilità del Pnrr anche rispetto all’obiettivo (quello sì, sarebbe stato epocale) di indurre il Sud a correre con le sue gambe. E invece no.

Nel 2027 si capovolgono le stime

Perché dipenderà, secondo l’analisi Svimez, ancora (e tanto) dagli investimenti pubblici. Le stime 2027 sono lì a dimostrarlo. Il Mezzogiorno, infatti, crescerà (solo) dello 0,4%. In pratica, se tutto andrà così come deve andare, la crescita del Sud si dimezzerà da un anno all’altro. Ma non andrà chissà quanto meglio al resto del Paese, dal momento che le stime riferiscono che il Centro-Nord non può ambire a veder crescere il suo Pil più dello 0,5%.

I nodi del Mezzogiorno

Il Sud cresce più del Nord, certo. Ma la spesa delle famiglie meridionali non si schioda più di tanto. E dal momento che la domanda interna, come ha riferito l’Istat ieri, regge gli aumenti del Pil nazionale, non è una notizia davvero positiva. L’effetto, a causa della crisi energetica e dell’insorgere dell’inflazione che sta facendo aumentare tutto, sarà pressoché nullo. Anche se le paghe aumentassero più del carovita. Il Mezzogiorno, infatti, continua a scontare il combinato disposto tra le retribuzioni unitarie storicamente mediocri e la fiammata inflattiva che non sta facendo più sconti a nessuno. E che, anzi, morde ancora di più proprio sulle famiglie meridionali, abituate a prezzi più contenuti rispetto a quelli praticati nel resto del Paese. Insomma, il potere d’acquisto non salirà granché. Anzi, rischia di restare fermo. E poi ci sono le altre insidie, quelle che possono contribuire a frenare il Mezzogiorno. Contemperate, però, dalle progettualità che restano in piedi e che puntano forte proprio sul Sud per lo sviluppo del Paese e dell’Europa. Sia le prime, che le seconde, sono tutte (o quasi) in un unico e solo tema. Che, per di più e soprattutto quando si parla di Sud, è gigantesco. E cioè la logistica.

Perché la guerra (oltre all’energia) sta inguaiando il Sud (e il Paese)

Non è un mistero che il Nord sia cresciuto di più rispetto al Sud, nel corso degli ultimi decenni, poiché le aziende italiane hanno deciso di crogiolarsi in una dimensione “cottimistica” che le ha portate a entrare, stabilmente, all’interno delle supply chain tedesche. Un dato, questo, che è stato rafforzato pure dallo sviluppo intenso che ha avuto il Nord-Est rispetto al Nord Ovest. Il triangolo di Milano con Bologna e Verona ha, sostanzialmente, esautorato e sostituito il vecchio schema nord-occidentale con Genova e Torino. Il Mezzogiorno, rispetto al Nord, è fin troppo distante rispetto alle rotte bavaresi. Ma la Zes ha dato una chance importante per incentivare gli investimenti industriali anche al Sud. Una mossa che, oltre allo scopo di ravvivare l’economia meridionale, sembra funzionale a costruire una rete produttiva che sia in grado di dialogare con l’Africa. Il Continente Nero si sta risvegliando, ce lo dicono da anni, e il Mezzogiorno italiano rappresenta la porta d’accesso dei mercati che si svilupperanno tra le sponde del Mediterraneo.

Il Mediterraneo tornerà davvero al centro?

Che s’è già candidato a un ruolo centrale nelle nuove rotte. La logistica, va da sé, a questo punto da gap si potrebbe trasformare in vantaggio per le imprese meridionali. Ma, nel frattempo, il mondo si muove e fa ciò che vuole. Le guerre che arroventano il Medio Oriente, interessando gli Stretti, possono far male, eccome, alle ambizioni meridionali e mediterranee. Non è solo una questione di inflazione né di prezzo dell’energia. È strategia, è comprendere da dove passeranno le rotte internazionali. Se Hormuz si chiude, se si spranga Bab el Mandeb, se persino a Suez si iniziano ad avvertire problemi, è evidente che le premesse del discorso per una nuova centralità mediterranea inizino a traballare. Ma questo è solo uno scenario, possibile ma non certo. Intanto il Sud cresce più del Nord. E ciò accadrà per l’ultimo anno.


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