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Politica

Il labirinto della sinistra e l’asso nella manica della Meloni

Istituzionalizzare Vannacci per tornare a Palazzo Chigi e scalare il Colle

di Alessandro Scipioni -

Palazzo Chigi ©ANSA


La politica italiana continua a muoversi lungo faglie asimmetriche, dove la tenuta strategica di una coalizione si scontra con l’eterna balcanizzazione dell’alternativa.

Da un lato abbiamo la sinistra e il suo cosiddetto campo largo, un agglomerato informe di sigle e tatticismi che continua a riprodurre i propri irrisolti problemi strutturali, incapace di elevare lo sguardo oltre la contingenza elettorale.

Dall’altro, un centrodestra che dimostra una solidità e una stabilità radicalmente superiori, capace non solo di governare i processi complessi del Paese, ma anche di assorbire e valorizzare le istanze identitarie più autentiche. L’Italia era uno dei paesi meno stabili d’Europa per la continuità dei governi. Adesso la Meloni fa mangiare polvere a paesi più solidi come Francia e Germania. Ora addirittura da Londra guardano con ammirazione all’Italia e la sua stabilità.

Le analisi lucide e nette che arrivano dal mondo della riflessione critica, come quelle espresse da Massimo Cacciari, mettono a nudo la fragilità congenita di un’alleanza costruita unicamente sulla repulsione per l’avversario e priva di una visione verticale e comune.

Il campo largo non è altro che una sommatoria di personalismi, monologhi e veti incrociati, dove l’unità viene invocata come uno slogan vuoto, smentita ogni giorno da divisioni profonde sui grandi temi internazionali, economici e istituzionali. Pretendere di guidare una nazione fondandosi su equilibri così precari equivale a costruire una casa sull’acqua.

Roberto Vannacci, l’asso di Meloni sul modello Bossi

In questo scenario, la mossa politica che riguarda un’apertura verso Roberto Vannacci assume una valenza strategica di primario rilievo per il centrodestra, e in particolare per Giorgia Meloni. La capacità di istituzionalizzare figure di forte radicamento identitario e popolare richiama alla memoria la grande lezione di Silvio Berlusconi con Umberto Bossi e la Lega delle origini.

L’abilità di un leader di statura superiore che sa raccogliere il disagio profondo del corpo elettorale e portarlo dentro le istituzioni, governandone la spinta e trasformandola in energia di governo. Integrare Vannacci all’interno di una prospettiva chiusa e ordinata significa, per la maggioranza, blindare la partita politica e strategica con larghissimo anticipo. Un’operazione che evidenzia la maturità e la forza di un centrodestra solido, impermeabile alle crisi di nervi che invece agitano gli altri schieramenti.

Nel frattempo, a completare il quadro delle illusioni, Carlo Calenda continua a coltivare il velleitario sogno di rifondare un’area di centro per spedire a Palazzo Chigi un profilo come Paolo Gentiloni. Un’operazione che dimostra come l’area di centro non decollerà veramente mai, imboccando piuttosto la strada di un evidente suicidio politico.

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