L’incoronazione con un congresso lampo di Salvini, non può salvare la Lega
Matteo Salvini convoca il congresso straordinario e gioca l’unica carta rimasta in mano a un leader che, nel giro di pochi anni, è passato dal trionfo delle piazze oceaniche, dal ruolo di politico più amato d’Italia a fanalino di coda della coalizione di centrodestra.
È difficile non notare una strana e sottile analogia nel destino dei due Matteo della politica italiana, pur nella diversità delle storie. Salvini non si arrabbi con me ma conserva qualche analogia con il rottamatore. Si punta tutto su una chiamata alle urne degli iscritti rapida e blindata per sbarrare la strada a un’opposizione interna, colpevole di essersi mossa troppo tardi; e ottenere dalla base quell’investitura formale che serve a legittimarsi dicendo che la democrazia ha parlato.
Il problema di fondo di questa leadership è che non si muove più per slancio politico, ma per pura inerzia e per la difesa della cosiddetta cadrega. Una resistenza dettata anche dall’assenza di reali alternative sul tavolo. Luca Zaia si è trincerato nel suo Veneto per indole e per scelta, mentre il resto della classe dirigente non è riuscito a esprimere in tempo utile un profilo di livello nazionale.
Il malcontento della Lega non si spegne a comando
Eppure, un congresso lampo in cui Salvini uscirà inevitabilmente vincitore non basterà a spegnere il fuoco covato sotto la cenere del malcontento leghista, la vera causa della costante emorragia di consensi.
Questa incoronazione potrà forse garantire un effimero punto in più nei sondaggi, ma la verità è che il leader oggi non è forte. E in una democrazia profondamente leaderistica come la nostra, la debolezza del vertice si paga a caro prezzo.
Il nodo cruciale resta dare ascolto e risposte alle periferie e alle anime scontente del partito. Risposte che avrebbero richiesto una gestione politica radicalmente diversa, capace di decentrare il potere effettivo anziché accentrarlo. Una strada che Salvini vuole evitare a tutti i costi, preferendo la blindatura dell’apparato in vista della composizione delle liste.
La speranza del segretario è che il blocco non si frantumi in tentativi secessionistici capaci di drenare voti preziosi. L’appuntamento di Pontida avrebbe dovuto rappresentare l’occasione in cui il Nord produttivo e originario faceva sentire la propria voce in coro per raddrizzare la rotta. Hanno scelto di mollare la presa e ora il conto rischia di essere salatissimo. Salvini farà le liste, con l’autorevolezza di chi dice di essere stato unto dal signore una volta riconfermato.
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