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Esteri

Il D‑Day che non sbarca: l’offensiva economica Usa si infrange sullo Stretto di Hormuz

Washington annuncia la “fase finale” contro Teheran, ma la realtà racconta un fallimento che nessuna retorica può più mascherare

di Ernesto Ferrante -


Il nuovo “D‑Day” annunciato dagli Stati Uniti assomiglia a un inciampo. “All’alba avrà inizio un D‑Day economico”, proclama al Financial Times il segretario al Tesoro Scott Bessent, promettendo “la più grande offensiva finanziaria mai sferrata contro un avversario”. Parole roboanti, che vorrebbero evocare la potenza di un Paese pronto a piegare l’Iran con la leva economica. Ma la realtà, ancora una volta, smentisce la retorica americana.

Bessent attacca i Paesi che “assecondano l’aggressività iraniana”, accusandoli di comprare petrolio, facilitare transazioni, accogliere voli e persino “chiudere un occhio” sui trasferimenti via mare. Minaccia di trasformarli in “paria globali”. È la solita dottrina dell’appeasement rovesciata. Chi non segue Washington è complice del terrorismo. Una visione binaria che rivela la crisi strategica americana. Gli Stati Uniti non riescono più a imporre la loro linea, né a convincere gli attori regionali che la loro linea sia credibile.

L’America minaccia, l’Iran risponde dettando le regole

Teheran risponde con una freddezza che smonta l’enfasi americana. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, avverte che se la guerra economica continuerà “non verrà esportata nemmeno una goccia di petrolio” attraverso lo Stretto di Hormuz. E aggiunge: “Considereremo la partecipazione di qualsiasi Paese alla guerra economica degli Stati Uniti come un atto di guerra”. Non è solo una minaccia: è un messaggio politico. La Repubblica islamica iraniana non si limita a reagire, ma definisce i confini della crisi.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, citato da Al Jazeera, ha liquidato la strategia americana come “la solita vecchia tattica prepotente”. Un film già visto, dice, che non spaventa più nessuno. E quando Washington torna a ventilare attacchi militari, Araghchi parla apertamente di “disperazione”. Gli Stati Uniti “non hanno nuove soluzioni”. Un giudizio pesante, ma difficilmente confutabile.

Hormuz si svuota: transiti ridotti e navi sotto osservazione

La prova è sul mare. L’Autorità iraniana dello Stretto del Golfo Persico annuncia restrizioni (multe, sequestro, confisca) per le navi che violano le disposizioni di transito. Anche le imbarcazioni che collaborano con quelle sanzionate finiranno nella lista dei trasgressori. L’Iran non chiude Hormuz, lo regola. Lo fa mentre gli Stati Uniti minacciano, ma non controllano più nulla.

Il traffico commerciale, intanto, è crollato. L’United Kingdom Maritime Trade Operations ha segnalato segnala transiti “a una cifra” in entrambe le direzioni nelle ultime 48 ore. Nessun attacco confermato, ma droni iraniani in sorvolo, sorveglianza mirata, chiamate via VHF. Una pressione costante, calibrata, che dimostra chi ha davvero il controllo del corridoio energetico più delicato del pianeta. Anche il Mar Rosso e Bab al‑Mandeb restano a livelli ridotti dopo il blocco navale degli Houthi, alleati di Teheran.

Teheran consolida alleanze e riscrive la geografia

Oggi in Iran arriva il capo dell’esercito pachistano, Asim Munir, per rafforzare la cooperazione regionale. Un dettaglio che racconta più di mille dichiarazioni. Il D‑Day americano resta un proclama, un tentativo di mascherare l’impotenza di una superpotenza che non controlla più lo Stretto di Hormuz, non domina il Golfo, non orienta gli equilibri regionali.


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