Dalla Manhattan dei think tank bellicisti alla Londra che improvvisa scenari da guerra totale, passando per una Parigi sempre più allineata alla retorica del riarmo, si consolida un fronte trasversale che ha trasformato la Russia in una minaccia onnipresente, quasi metafisica. Una psicosi strumentale, utile a giustificare budget militari crescenti e posture sempre più aggressive, che nelle ultime ore ha raggiunto vette grottesche. Nel Regno Unito si discute apertamente della necessità di accumulare scorte di cibo, come se l’arrivo delle truppe di Vladimir Putin fosse questione di giorni. A questo punto manca solo l’avvistamento degli orsi russi che, dopo aver bivaccato nella City, si tuffano nel Tamigi per rinfrescarsi.
Il detonatore dell’ultima ondata di allarmismo è la visita a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe. Secondo il Wall Street Journal, il capo dell’intelligence americana sarebbe volato nella capitale russa per “avvertire” il Cremlino di non attaccare un Paese Nato, alla luce di nuove valutazioni secondo cui Putin potrebbe “mettere alla prova la risolutezza dell’Alleanza” con un assalto limitato nei prossimi anni. Un quadro che mescola cyber-attacchi, incursioni terrestri e la presunta vulnerabilità occidentale dovuta alla carenza di munizioni, aggravata, sostiene il giornale, dal loro impiego nella guerra in Iran.
Ma la narrazione vacilla non appena si ascoltano i protagonisti. Sergei Naryshkin, direttore dell’Svr, ha confermato l’incontro con Ratcliffe definendolo “regolare, nulla di insolito”. E il presidente statunitense Donald Trump, incalzato sulle reali motivazioni del viaggio, ha liquidato tutto come una visita “quasi di routine”, negando che si sia parlato di un attacco russo all’Europa, di sanzioni contro l’Iran o di prove di forza contro la Nato. “Mi dispiace deludere la gente”, ha detto il tycoon, ribadendo che l’obiettivo resta “far finire la guerra”. Una versione che stride con il clima di assedio diffuso nelle capitali occidentali, dove la visita è stata interpretata come il segnale di un’imminente escalation.
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha bollato come “spauracchi” le ricostruzioni di un’aggressione a un Paese Nato. “Non hanno nulla a che vedere con la realtà”, ha dichiarato, ricordando che la Federazione non ha alcuna intenzione di aprire nuovi fronti. Ma la macchina della paura non si ferma. Più si alimenta la percezione di un nemico alle porte, più si giustifica la corsa al riarmo che unisce falchi americani, britannici e francesi.
Intanto, sul terreno, la guerra segue un’altra logica. Il generale Valery Gerasimov ha visitato le truppe russe impegnate nel Donetsk, annunciando progressi significativi, con avanzate verso Sloviansk, conquiste di villaggi, combattimenti nelle strade di Mykolaivka e Nykanorivka. Stando al comando, sarebbe stata superata in alcuni settori la prima linea difensiva dell’area fortificata Sloviansk-Kramatorsk, con un avanzamento su un fronte di 160 chilometri. Una realtà militare che contrasta con la narrativa occidentale di un Cremlino sull’orlo del collasso e che contribuisce a spiegare la crescente tensione diplomatica. La Russia ha minacciato di colpire installazioni militari britanniche in risposta agli attacchi ucraini condotti con armi fornite da Londra, mentre la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha avvertito che qualsiasi contingente straniero in Ucraina diventerebbe “obiettivo legittimo”.
In questo clima di isteria bellica, l’unico attore che continua a muoversi con abilità diplomatica è il Vaticano. L’inviato del Papa, mons. Paul Richard Gallagher, ha incontrato a Mosca il consigliere di Putin Yuri Ushakov e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. La Santa Sede insiste nel mantenere aperti i canali di comunicazione, lavorando su questioni umanitarie e vie negoziali.
E mentre l’Occidente si agita tra scenari apocalittici e orsi immaginari, da Kiev arriva la rivelazione del capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov. I colloqui tra Russia e Ucraina potrebbero riprendere a settembre, con la possibile partecipazione degli Stati Uniti. Un segnale che, se confermato, incrinerebbe la tesi dell’escalation inevitabile.