Report, la resa dei conti. Quando la “libera informazione” diventa un paravento
La polemica travolge la Rai. Tutti invocano i valori del giornalismo, ma solo per usarli come munizioni nello scontro politico
La crisi attorno a Report è ormai un caso nazionale, un perfetto esempio di come i valori del giornalismo autentico vengano branditi come slogan di comodo, strumenti retorici per mascherare uno scontro politico che procede parallelo, fregandosene della qualità dell’informazione. Tutti parlano di “libertà di stampa”, nessuno sembra davvero preoccuparsi di difenderla. Nel mezzo, Sigfrido Ranucci si comporta come se il programma fosse un bene privato, un territorio personale da proteggere con la furia del proprietario più che con la responsabilità del servizio pubblico.
Ranucci attacca la Rai e marchia i nuovi conduttori
La nota di Unirai è un atto d’accusa senza giri di parole. “Solidarietà ai colleghi indicati dalla Rai per condurre Report”, scrive il sindacato, denunciando come Ranucci abbia definito la scelta dell’azienda “mediocre”. Peggio ancora, chiamare i nuovi conduttori “collaborazionisti” non è una critica, ma un marchio infamante, un’etichetta che – sottolinea Unirai – colpisce la dignità professionale di due giornalisti vincitori di concorso, con anni di inchieste alle spalle.
Il sindacato affonda anche sul piano simbolico: “In Rai non si servono vongole”, rivendicando una scelta che punta a ringiovanire il programma e a restituirgli un volto femminile, capace di riconquistare quel pubblico che – si ricorda – ha chiuso “con indignazione” l’autobiografia del precedente conduttore. Poi la condanna più dura, per l’imbarazzante accostamento fatto dal Sigfrido ripudiato alla vicenda Regeni, quando ha commentato l’ipotesi di un incarico al Cairo dicendo che “forse auspicano che potrei fare la fine di Regeni”. Unirai parla di “terribile accostamento”, di un’offesa alla memoria di un ragazzo torturato e ucciso, e di un’accusa ingiustificabile rivolta alla Rai. “Le parole hanno un peso”, conclude il sindacato. E in questa vicenda pesano come macigni.
I consiglieri Rai rivendicano la legittimità della scelta aziendale
Nella serata di ieri, i consiglieri Rai Simona Agnes, Federica Frangi e Antonio Marano, hanno precisato che la sostituzione del conduttore non sarebbe una punizione, ma una scelta “nell’interesse dell’azienda”, per tutelare l’immagine di un programma centrale per il servizio pubblico e salvaguardare la credibilità della Rai, “che trascende quella di ogni singola persona”. Nessun complotto, nessuna manovra. Solo una decisione editoriale, dicono, presa nel rispetto delle procedure e delle competenze previste dalla governance.
Una guerra di potere che nulla ha a che fare con il giornalismo
Ma il punto politico resta. La battaglia su Report non riguarda più il programma, né la qualità del giornalismo. È diventata un terreno di scontro dove tutti si appropriano dei valori dell’informazione per usarli come armi. E dove un conduttore, nel difendere la sua conduzione, finisce per trasformare un servizio in proprietà privata, alimentando un conflitto che rischia di travolgere proprio ciò che tutti dichiarano di voler proteggere.
Un’assenza che pesa
In questa resa dei conti, il giornalismo non è più il tema: è il pretesto. Mentre le parti si affrontano brandendo la “libera informazione” come scudo o clava, il servizio pubblico resta schiacciato tra personalismi, sospetti e retoriche di comodo. La verità, quella vera, è l’unica grande assente.
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