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Politica

Vannacci, il centrodestra dice no: i voti non bastano se manca la politica

di Eleonora Manzo -


Il punto non è Vannacci. Il punto è se il centrodestra voglia continuare a essere una coalizione di governo o scivolare, per convenienza, nella parodia dei suoi avversari. E la risposta che arriva da Roberto Occhiuto e da una parte non piccola del mondo moderato della maggioranza, è politicamente molto importante. Non tutto ciò che porta voti deve per forza salire a bordo. Non tutto ciò che produce rumore merita di diventare linea. E non tutto ciò che agita una parte dell’elettorato può essere automaticamente incorporato in un progetto che, per vincere e soprattutto per durare, ha bisogno di equilibrio, misura e riconoscibilità.

Ecco perchè il no opposto all’idea di caricarsi sulle spalle Vannacci ‘solo per i voti’ non è un capriccio da anime belle, nè un cedimento al moralismo della sinistra. E’ una scelta politica seria. Forse la più seria possibile in questa fase. Perchè chiarisce un principio che il centrodestra non può permettersi di smarrire. Una coalizione che governa non si costruisce come un magazzino elettorale, dove si accatastano preferenze, polemiche, notorietà e visibilità personale nella speranza che il totale faccia miracolosamente una classe dirigente.Non funziona così.

O meglio, può funzionare per un momento, non per una stagione. E Giorgia Meloni, che di stagioni politiche vuole costruirne più di una e non limitarsi a consumare una rendita, questo lo sa perfettamente. La forza del suo governo non sta soltanto nella compattezza dell’elettorato più identitario. Sta anche, e forse soprattutto, nella capacità di parlare a un’Italia che non ama il trasformismo, non si riconosce nelle ammucchiate e pretende dal centrodestra una cosa semplice ma decisiva. Affidabilità, serietà nei profili, coerenza nelle scelte, solidità nell’immagine complessiva.

Per questo la formula di Occhiuto ‘noi non siamo il campo largo’ va presa alla lettera. Non è una battuta polemica. È una linea di confine. Vuol dire che il centrodestra non intende adottare il metodo della sinistra, che da anni mette insieme pezzi incompatibili in nome della paura di perdere. Vuol dire che non basta individuare una rendita di consenso per trasformarla in appartenenza politica. Vuol dire, soprattutto, che i voti moderati contano almeno quanto quelli rumorosi, e forse di piu, perchè sono quelli che danno profondità, continuità e credibilità a una maggioranza.

Qui sta il punto che troppo spesso sfugge ai cultori del consenso istantaneo. Il voto non è una merce indifferenziata. Non basta sommarlo. Bisogna capire che cosa rappresenta, quali conseguenze porta con sè, quale immagine consegna del progetto che lo raccoglie. Un conto è allargare il perimetro. Un altro è deformarlo. Un conto e consolidare una coalizione. Un altro è trasformarla in un contenitore disponibile a tutto pur di incassare qualche punto percentuale in più. La differenza è sottile solo in apparenza, in realtà è la differenza che separa una leadership da un assemblaggio.

Il paradosso è che proprio adesso, nel momento in cui il centrodestra avrebbe più titolo per indulgere all’autocompiacimento aritmetico, emergono anticorpi politici che meritano attenzione. Dire no a un innesto percepito come estraneo non significa chiudersi. Significa selezionare. E selezionare, in politica, è una parola che andrebbe rivalutata. Perchè non c’è niente di più miope dell’idea secondo la quale una coalizione forte debba raccogliere tutto ciò che trova sul suo cammino. Le coalizioni forti, al contrario, sono quelle che possono permettersi di scegliere.

La sinistra osserverà con il consueto misto di speranza e malizia, sognando di vedere nel caso Vannacci l’ennesima faglia del centrodestra. Ma la verità potrebbe essere l’opposto. Potrebbe essere, cioè, che proprio su questo passaggio la maggioranza stia mostrando la sua maturità migliore. Capire che per battere davvero il campo largo non deve in alcun modo somigliargli. Non deve inseguire l’accumulazione indiscriminata. Non deve confondere il clamore con il consenso strutturale. Non deve sacrificare il proprio baricentro per un supplemento di visibilità.

Alla fine, la questione è tutta qui. Il centrodestra continuerà a vincere se resterà se stesso mentre allarga il suo consenso, non se smarrirà se stesso nel tentativo di allargarlo. Non tutti i voti fanno una linea politica. E non tutti i no sono una debolezza. Alcuni sono più semplicemente, un segno di maturità.

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