Non c’è niente di fico nell’essere mafiosi
C’è un’immagine della mafia che, prima ancora di essere combattuta nelle strade, nei tribunali e nelle manifestazioni, va smontata nelle aule scolastiche. È l’immagine patinata, seducente, quasi glamour dell’eroe negativo: il boss potente, l’uomo che detta legge, che incute rispetto, che possiede denaro, automobili, protezioni ad alti livelli, che conquista donne e elude le forze dell’ordine. Un’immagine alimentata per decenni da racconti, film, serie televisive e perfino da una certa cultura popolare che ha confuso il fascino della narrazione con l’ammirazione per il personaggio. Per questo l’educazione alla legalità non può limitarsi, pur essendo fondamentale, alle testimonianze di agenti, magistrati, investigatori, giornalisti, familiari delle vittime e uomini e donne che ogni giorno contrastano la criminalità organizzata. Quegli incontri hanno un valore enorme: danno un volto al coraggio e restituiscono concretezza a parole che rischiano di diventare astratte.
Ma ai ragazzi bisogna dire anche qualcosa di più semplice, diretto e forse più rivoluzionario: non c’è niente di fico nell’essere mafiosi. Non c’è fascino nella prepotenza. Non c’è prestigio nel vivere circondati dalla paura. Non c’è libertà nel dover dimostrare di continuo di essere più violenti degli altri. E non c’è ricchezza che possa compensare una vita costruita sul ricatto, sul silenzio imposto sotto minaccia della vita, sulla distruzione delle opportunità altrui. Il mafioso non è un ribelle contro il sistema: è il sistema peggiore che possa esistere, quello in cui il più forte schiaccia il più debole e chi non obbedisce paga con la vita.
Ai giovanissimi occorre insegnare a riconoscere le trappole del mito. Anche e soprattutto a scuola si costruisce l’immaginario, e l’immaginario precede (e indirizza) spesso le scelte. Smontare il fascino dell’eroe negativo significa spiegare che il vero coraggio non è portare una pistola, ma non usarla; non è farsi temere, ma essere rispettati; non è conquistare potere con la violenza, ma costruire autorevolezza attraverso il talento, lo studio e la responsabilità. La lotta alle mafie, allora, comincia anche da qui: da una lezione capace di rendere impopolare il mito del criminale. Perché un Paese che vuole davvero sconfiggere la criminalità organizzata deve togliere ai mafiosi anche l’ultima cosa che mai dovrebbero possedere: l’ammirazione dei ragazzi.
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