L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

“Generazione Camaleonte”

Sopravvive solo chi si adatta

di Giulia Panasia -


Tra il 2014 e il 2024, secondo il Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, le risse commesse da minorenni in Italia sono aumentate del 136%; nello stesso periodo l’AIFA riporta che la quota di ragazzi in cura con psicofarmaci è più che raddoppiata.

Da una parte il rumore della violenza che cerca protagonismo, dall’altra, il silenzio di chi si nasconde in casa propria e non trova voce nemmeno lì.

Cosa cercano i giovani?

Cosa li accumuna? Fondamentalmente il bisogno di accettazione. Ma il bisogno di essere accettato è insito nella natura umana. Cos’ è cambiato allora? Nella seconda metà del secolo scorso i luoghi di aggregazione come la famiglia, la squadra sportiva, il partito politico o la parrocchia, seppur imperfetti, spesso rigidi, rappresentavano un vero luogo di scambio reciproco, definito da regole chiare e con la presenza di adulti all’interno che fungevano anche da mentori.

In questi ultimi anni, invece, ci ritroviamo dinanzi a una moltitudine di possibili mercati del riconoscimento, con poche regole o del tutto privi di supervisione, senza limiti di partecipanti e quindi di opinioni.

La scuola e lo sport sono diventate palestre dove gareggiare, la famiglia è presa ad ostaggio da crisi economiche e valoriali, la politica non è più seguita dai giovani accecati solo dall’egoismo che vince sull’ altruismo, dall’individualismo che ha rimpiazzato completamente il collettivismo.

Molti trovano conforto isolandosi davanti ad uno schermo, il modo più semplice per evitare il giudizio di una società che richiede perfezione.

Altri, invece, usano la tecnologia per gonfiare il proprio ego, dando sfogo all’ esibizionismo. L’estremizzazione di ciò porta alla spettacolarizzazione della violenza, che rappresenta il prezzo che alcuni giovani sono disposti a pagare per aderire alle baby gang. La banda assume il valore di surrogato della famiglia e della cerchia di amici, offrendo approvazione, senso di appartenenza e garanzia di protezione, ruolo che chi ne fa parte non ritrova altrove. Tutti sono accumunati dalla stessa fame: riconoscersi ed essere riconosciuti.

Il bisogno, quindi, è rimasto il medesimo, è cambiato l’ambiente in cui i ragazzi crescono, chi conferisce i riconoscimenti e chi detiene il potere del giudizio, quest’ultimo, c’è chi lo rifugge e chi lo cerca costantemente. Non possiamo dare colpa alla genetica per giustificare i malesseri dei giovani.

L’evoluzione dell’ambiente

Il patrimonio genetico non può cambiare in vent’anni, ma l’ambiente circostante dove sboccia la gioventù, sempre più dinamico, invece sì. Oggi si presta molto attenzione alla sfera emotiva/psicologica e il disagio si riconosce prima che in passato, ma resta un limite: si cura il sintomo del singolo senza risalire alla patologia collettiva.

La cura individuale funziona, ma non è prevenzione. E in un mondo che agisce più per omologazione, anche a seguito della globalizzazione, è necessario scendere nel profondo del meccanismo sociale che conduce al malessere psicologico, il quale sfocia poi nella violenza che è un derivato e non la causa. In una società sempre più spietata, ingorda e competitiva, si è smesso di guardare alla collettività a vantaggio del singolo.

Cosa possiamo fare?

Non si può curare un problema collettivo anestetizzando il disagio individuale. Così facendo la società agisce come Ponzio Pilato, mantenendo la sua facciata di innocenza ma diventando, di fatto, complice. Bisogna ricostruire dalle fondamenta per ereggere dei muri solidi, incrollabili che proteggano e sostengano il disagio.

Non servono solo diagnosi o pene più severe, serve la cura e la volontà di creare un contesto sano dove la gioventù, futuro pilastro del paese, possa ritrovare la propria identità. Spazi di aggregazione, non di isolamento. Solo quando diverse solitudini si fanno compagnia, quando prese di posizione aprono spazio al dibattito, quando il piacere della condivisione supera quello dell’esibizione e quando l’interesse per la comunità è più forte della propria individualità, si può ancora pensare di vivere in una vera società.

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