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Cronaca

Caso Garlasco, il mistero del dna di Chiara sui pedali della bici di Stasi e la scarsa memoria dei Ris

Svariati uomini del Ris coinvolti a diverso titolo negli accertamenti, un risultato genetico dirompente, due successivi test negativi e, cinque giorni dopo, la relazione alla quale seguì il fermo di Stasi. Eppure oggi nessuno sa ricostruire la sequenza degli avvenimenti. Nessuno ricorda nulla

di Lino Sasso -


A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, la memoria sembra essere diventata uno dei reperti più difficili da recuperare. La Procura di Pavia sta cercando di ricostruire cosa accadde nei laboratori del Ris di Parma tra il 19 e il 24 settembre 2007, quando sui pedali della bicicletta Umberto Dei sequestrata ad Alberto Stasi emerse il dna di Chiara Poggi. Ma dalle testimonianze degli uomini che parteciparono agli accertamenti arriva soprattutto una lunga sequenza di “non ricordo”, “presumo”, “verosimilmente”. Il tutto contornato da ricostruzioni affidate più alla logica delle procedure che alla memoria dei fatti. Il punto di partenza è il 19 settembre 2007. Alle 18.37, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, due tracciati ottenuti dal campione Bu_p, prelevato dai pedali, restituiscono il profilo genetico di Chiara Poggi. Un risultato importante. Eppure, il giorno successivo, due nuove corse elettroforetiche sullo stesso campione risultano negative.

Garofano e la lunga serie di “non ricordo”

È su ciò che avvenne in quelle ore e nei giorni immediatamente successivi che oggi i magistrati cercano risposte. Proprio per questo il 25 settembre viene ascoltato come testimone Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma. Ma ricostruire a distanza di diciannove anni i passaggi di quei giorni si rivela complicato. Garofano non ricorda precisamente se, come e quando il suo sottoposto Alberto Marino lo informò del risultato genetico. Non ha memoria di avere visionato o commentato gli elettroferogrammi. Non ricorda specifici confronti con Marino tra il 19 e il 24 settembre. E non ricorda di avere visto altri risultati relativi allo stesso campione dopo quelli del 19 settembre. Insomma, proprio mentre la Procura prova a riavvolgere il nastro di cinque giornate diventate oggi cruciali, la menoria del generale non collabora.

Marino: il Dna c’era, poi due corse nulle

Qualche elemento in più arriva da Alberto Marino, all’epoca responsabile degli accertamenti. Sentito il 10 settembre, conferma di avere informato la propria scala gerarchica dopo il risultato del 19 settembre. Non direttamente l’autorità giudiziaria, precisa, perché i rapporti con la Procura erano tenuti dall’allora colonnello Garofano. Marino conferma anche gli ulteriori approfondimenti compiuti prima della relazione del 24 settembre, giorno in cui scattò il fermo di Alberto Stasi, poi non convalidato. Ed è qui che emerge uno dei passaggi più singolari. Dopo il risultato positivo del 19 settembre, il giorno successivo vengono effettuate altre due corse dello stesso campione ed entrambe risultano nulle. Secondo Marino la ripetizione serviva ad approfondire un risultato inatteso. Forse. Perché ancora una volta la risposta incontra il muro del tempo: “Non ho nessun ricordo specifico”. Quando gli viene chiesto se ne avesse parlato con Garofano, risponde: “Presumo di sì”.

Neanche Portera ricorda l’esito dei test

Poi c’è Giorgio Portera, ascoltato l’11 settembre. Anche la sua testimonianza aggiunge particolari, ma lascia aperti altri interrogativi. Portera ricorda che Marino gli aveva riferito di aver trovato sui pedali Dna della vittima, nonostante i test specifici per la ricerca del sangue avessero dato esito negativo. Proprio questa anomalia avrebbe spinto i militari a esaminare nuovamente i pedali. Durante quella seconda osservazione Portera ricorda di avere notato alcune “crosticine rosse, del colore del sangue”, successivamente sottoposte ad analisi. Ma quando si arriva al punto decisivo, anche qui la memoria si interrompe: “Non ricordo l’esito di queste ulteriori analisi”. E sulle due corse nulle del 20 settembre? Neanche a dirlo, nessun ricordo specifico. Portera ragiona soltanto sulle procedure e spiega che sarebbe stato normale replicare un risultato inatteso, soprattutto perché visivamente sui pedali inizialmente non era stato osservato nulla.

Cinque giorni ancora da ricostruire

Il risultato è paradossale. Svariati uomini del Ris coinvolti a diverso titolo negli accertamenti, un risultato genetico dirompente, due successivi test negativi e, cinque giorni dopo, la relazione alla quale seguì il fermo di Stasi. Eppure oggi nessuno sa ricostruire la sequenza degli avvenimenti. Nessuno ricorda nulla. Le macchine del Ris, a differenza di chi le ha utilizzate, però ricordano. Hanno lasciato tracciati, orari e risultati. E registrato i profili di chi le ha utilizzate. Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente della nuova indagine sui pedali della bici di Alberto Stasi. Per capire cosa sia realmente successo tra il 19 e il 24 settembre 2007, gli investigatori devono oggi affidarsi soprattutto ai dati conservati nei sistemi e negli atti. Quelli che nessun carabiniere dei Ris ha mai trasmesso a nessuno. Visti gli evidenti problemi di memoria, forse non c’è troppo di che stupirsi. Sarà stata una dimenticanza.

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