L’inedita “antropologia apocalittica” dei fatti di Milano
La violenza di strada e di piazza ad opera di “soggetti inediti” governa il discorso pubblico interrogando le menti più sofisticate e accreditate e coinvolgendo osservatori ed entomologi, aruspici speziali e stregoni.
La rottura violenta
Vengono così arruolate tutte le discipline che investigano la ferita morale di una società che avverte i segnali della rottura violenta di un equilibrio durato un secolo. Che esistesse un “patto intergenerazionale” nel funzionamento delle moderne democrazie liberali era acquisito alle coscienze più avvertite.
Fin qui, da regolatore, agiva l’interclassismo con il ceto medio come antenna di un sostanziale equilibrio sociale dentro le mediazioni che assicurava in una mobilità compatibile con le dinamiche della economia. Quel mondo è ormai finito. Si è aperto a radicali divaricazioni con la concentrazione di ricchezze e poteri in una “nuova classe”, una tecnocrazia insediata ai vertici del sistema.
La sofferenza generazionale
E contro una immensa periferia che sente il dramma di un esproprio in termini di diritto e di condizione sociale. Non è un caso che la protesta salga da settori che vivono sia la sconfitta di una aspirazione, sia il dramma della retrocessione agli inferi. Insomma, il fallimento di quel patto fra generazioni finora mediato della Politica. Si profila, quindi, un “quarto stato” insorgente che non a caso alza la voce dalle scuole vissute sia come “periferia” e sofferenza generazionale, sia come punto critico e di autocoscienza del dolore sociale.
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Si affaccia una “inedita” antropologia apocalittica e antagonistica che pratica la violenza come deterrenza contro cui non basta mettere a punto efficaci azioni di contrasto. Siamo di fronte a una violenza che non ha connotazioni convenzionali. Soprattutto se non si tratta di un fenomeno “soreliano” che si nutriva del progetto rivoluzionario pensato in un’altra storia e in un’altra società. Violenza che perciò non va sottovalutata per il fine di combatterla ed esorcizzarla.
È dovere, per ogni società che voglia sopravvivere, predisporsi innanzitutto a costruire un “welfare” radicalmente nuovo, corrispondente al nuovo ordine sociale e ai valori della democrazia repubblicana, avviare una coraggiosa ricognizione delle differenze intervenute nella “questione sociale”.
Il vero tema è questo della innovazione, non la strategia del mero contenimento della protesta. Ma la politica dov’è. Dove si nasconde?
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