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Salute

Influenza, il virus vivo iniettato sotto la pelle immunizza senza toccare i polmoni

Uno Studio che proviene dalla Cina sulla "virologica sinica" ha dato dei risultati importanti per la salute di tutte le persone che intendono vaccinarsi, che hanno problemi ai polmoni. La protezione completa nei topi a 277 giorni dall'unica dose. Anche se la strada ancora è in salita.

di Priscilla Rucco -


Una iniezione sotto la pelle di virus influenzale vivo e non attenuato ha protetto i topi da una dose altrimenti letale di influenza per oltre nove mesi, senza lasciare alcuna traccia infettiva nei polmoni. È il risultato di una ricerca coordinata dal Guangzhou National Laboratory, in Cina, pubblicata sulla rivista scientifica Virologica Sinica e firmata, tra gli altri, dal virologo Rong Zhou. Un dato che, se confermato, potrebbe incrinare uno dei dogmi della vaccinologia: l’idea che la potenza immunitaria di un virus vivo si paghi necessariamente in termini di sicurezza.

I vaccini antinfluenzali oggi in uso – a virus inattivato, a subunità o ricombinanti – hanno un profilo di sicurezza molto solido, ma stimolano una risposta immunitaria che tende ad affievolirsi e che spesso richiede adiuvanti o richiami. I vaccini a virus vivo attenuato, somministrati per via nasale, imitano più da vicino l’infezione naturale e generano una difesa più ampia, ma comportano un margine di rischio per i soggetti fragili, perché il virus si replica proprio nelle vie respiratorie. La scelta, finora, come comprensibile è stata tra prudenza ed efficacia.

L’esperimento

Il gruppo cinese ha provato a spostare il problema cambiando la porta d’ingresso. Invece di introdurre il virus nelle mucose respiratorie, i ricercatori hanno iniettato sotto cute un ceppo H1N1 capace di replicarsi, dunque non indebolito in laboratorio. Una sola somministrazione è bastata a indurre una produzione consistente di anticorpi neutralizzanti e a garantire la sopravvivenza di tutti gli animali immunizzati, con una protezione che gli autori descrivono come completa a 277 giorni di distanza dall’inoculo. Nel confronto diretto, la via sottocutanea ha fatto meglio sia dell’iniezione intramuscolare sia dei vaccini inattivati e ricombinanti usati come termine di paragone, soprattutto nella rapidità con cui i polmoni venivano ripuliti dal virus dopo l’esposizione.

Come funziona?

L’elemento che gli autori considerano decisivo riguarda il percorso compiuto dal virus nell’organismo. Dopo l’iniezione, la replicazione è rimasta circoscritta al punto di inoculo e ai linfonodi che drenano quell’area: nei polmoni e negli altri organi non è stata rilevata alcuna carica infettiva. In sostanza, l’antigene raggiunge le stazioni immunitarie senza raggiungere l’apparato respiratorio, separando la capacità di stimolare le difese da quella di provocare malattia.

L’analisi dell’espressione genica a singola cellula ha permesso, successivamente, di ricostruire la dinamica. La somministrazione sottocutanea innesca, per prima cosa, una barriera locale di interferone di tipo I, una sorta di argine molecolare che contiene la diffusione del virus; da lì il processo evolve in una reazione dei centri germinativi dei linfonodi, con un’ampia differenziazione di plasmacellule e la formazione di linfociti B della memoria, che è ciò che tiene in piedi la protezione nel tempo. La via intramuscolare, negli stessi esperimenti, ha prodotto risposte cellulari più lente e meno robuste.

I limiti e la speranza

Vale la pena ricordare, per evitare entusiasmi decisamente prematuri, che si tratta di risultati ottenuti esclusivamente su modelli animali. Il passaggio dal topo all’uomo è il tratto in cui si arenano molte promesse della ricerca di base. Gli stessi autori indicano i prossimi passaggi obbligati: verifiche tossicologiche su animali di taglia maggiore e prove contro ceppi ad alta patogenicità, a cominciare dall’H5N1, il virus dell’influenza aviaria che da tempo preoccupa le autorità sanitarie internazionali. Solo dopo si potrà ragionare di sperimentazione clinica.

Resta il valore della prospettiva, in un settore dove il margine di miglioramento è ampio e dove la tecnologia è sempre all’avanguardia. In Italia l’influenza stagionale interessa ogni anno circa l’otto per cento della popolazione e, secondo le stime del ministero della Salute, è associata a circa ottomila decessi, per l’ottantacinque per cento tra gli over 65. Disporre di una piattaforma capace di offrire una protezione di lunga durata con una sola dose, senza esporre i più fragili al rischio di complicanze respiratorie, cambierebbe sensibilmente l’organizzazione delle campagne vaccinali. Per ora è un’ipotesi di laboratorio, ben documentata e da verificare, ma di certo le premesse, sembrano ottime.

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