L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

La lezione polacca e il golpe dei tecnocrati alla guida di un’Europa che tradisce se stessa

Le crepe nel modello Ue

di Alessandro Scipioni -


Le maglie della democrazia europea, quando vengono troppo strette da Bruxelles, finiscono immancabilmente per spezzarsi sul banco di prova della storia. Quanto accaduto di recente nel cuore del continente non è soltanto l’ennesimo capitolo di uno scontro di potere a Varsavia, né si esaurisce nelle sottili manovre finanziarie o nei dossier sulle riserve auree che pure iniziano a fare capolino dietro lo scudo, o il sipario, della moneta unica.

Ciò a cui stiamo assistendo è l’incrinatura profonda di un modello, il corto circuito di una tecnocrazia che ha scambiato la gestione del potere con la legittimità politica. Una tale legittimità la può dare solo legittimazione del voto popolare. Come si può accettare che esecutivi e commissioni prive di un vero mandato popolare pretendano di commissariare la volontà esplicita dei cittadini? Stati che hanno celebrato regolari elezioni e scelto i propri rappresentanti si ritrovano periodicamente sotto la tutela di un organismo incapace di rispondere a qualsiasi principio di sovranità democratica.

L’asimmetria insostenibile

Ci raccontano che la legittimità risieda nel teatrino del voto per il Parlamento europeo, ma questa narrazione cela la reale catena del comando, che rimane saldamente ancorata agli interessi dei soliti noti. C’è un’asimmetria insostenibile e grottesca nel funzionamento dell’Unione. Nessun burocrate di Bruxelles oserebbe alzare la voce o minacciare procedure contro Parigi o Berlino, semplicemente perché in Francia o in Germania la tenuta dell’interesse nazionale è un dogma invalicabile.

Immaginiamo per un istante un parlamentare tedesco che si auspichi l’arrivo di sanzioni europee contro il proprio Stato per far cadere il governo avversario. La sua carriera politica si chiuderebbe nel giro di un mattino, tra il disprezzo trasversale dell’arco parlamentare. Invece, in altre latitudini del continente – e l’Italia ne è troppo spesso triste testimone – l’opposizione trasforma la tifoseria per i rigori comunitari in una virtù politica, pregando che la mannaia delle infrazioni scenda a punire il popolo che ha votato male.

L’orgoglio dei popoli e dei loro legittimi rappresentanti sta finalmente riemergendo dal torpore. Se questo apparato va rinnegato senza esitazioni, non è per spingersi verso l’isolamento, ma per salvaguardare l’idea stessa di Europa. Un vero europeismo non può specchiarsi nei regolamenti di Bruxelles o negli algoritmi di bilancio. Deve guardare all’Europa delle nazioni e dei popoli. Ricostruire un’Europa autentica, fondata sulle sue vere radici, non è più un’opzione teorica, bensì una necessità storica da cogliere senza perdere un solo istante.

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