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Esteri

Tsunami blu: Trump perde l’America

Le midterm si sono trasformate in un referendum sul tycoon, con un verdetto senza appello: i dem riconquistano Camera e Senato

di Ernesto Ferrante -


Donald Trump aveva promesso forza, prosperità e una nuova età dell’oro americana. Le urne gli hanno restituito la sfiducia, un verdetto molto diverso Le elezioni di metà mandato si sono trasformate in un referendum nazionale sulla sua presidenza e il risultato è stato impietoso. I democratici non si limitano a riconquistare la Camera dei Rappresentanti. Strappano anche il Senato, demolendo uno dei pilastri su cui poggiava il potere repubblicano. Una doppia disfatta che priva la Casa Bianca della protezione politica su cui aveva contato finora e consegna a Washington due anni di conflitto istituzionale permanente. Lo tsunami blu non è una metafora giornalistica. È una fotografia politica. Quando un partito conquista contemporaneamente Camera e Senato, avanzando perfino negli Stati simbolo dell’America conservatrice, non siamo davanti a una normale alternanza democratica. Siamo davanti al crollo di una narrazione.

La rivolta degli Stati rossi

La mappa elettorale racconta una storia che dovrebbe preoccupare profondamente il movimento Maga. I democratici espugnano il North Carolina. Poi arriva il colpo al cuore simbolico del trumpismo. Il South Carolina, territorio repubblicano da ventotto anni, cambia colore. Non basta. Il Texas cade nelle mani di James Talarico, che travolge Ken Paxton con un margine che pochi osservatori avrebbero pronosticato. In Kansas i democratici tornano a vincere dopo novantaquattro anni. Ohio, Iowa e Maine completano l’opera. Una penetrazione profonda nei territori che avrebbero dovuto garantire ai repubblicani una rendita politica quasi automatica. Per anni il trumpismo ha sostenuto di rappresentare l’America reale contro le élite delle coste. Oggi è l’America reale che presenta il conto.

Benzina, guerra e stanchezza

La spiegazione fornita da Trump è rivelatrice. Secondo il tycoon, gli elettori condividono la sua linea dura contro l’Iran ma non gradiscono il rincaro della benzina derivato dalle tensioni internazionali. In altre parole, il progetto piace, le conseguenze no. È un’ammissione involontaria ma devastante. Le famiglie americane non votano in base alle conferenze stampa del Consiglio di sicurezza nazionale. Votano quando vedono crescere le spese quotidiane, quando percepiscono instabilità e quando avvertono che il costo delle ambizioni geopolitiche ricade direttamente sulle loro tasche. La politica estera muscolare può entusiasmare i think tank di Washington. Molto meno chi deve fare il pieno ogni settimana.

Trump contro la realtà

La reazione del presidente oscilla tra la negazione e l’autoconservazione. Prima sostiene che, se il suo nome fosse comparso sulla scheda elettorale, i repubblicani avrebbero vinto facilmente. Poi si improvvisa analista delle sconfitte del proprio partito. Successivamente tende la mano ai democratici, elogiandone la campagna elettorale. Infine rispolvera il linguaggio dello scontro, evocando il veto presidenziale e il ricorso ai suoi “poteri enormi”. Il messaggio è confuso perché la situazione politica è confusa. Donald Trump sa che questa non è una sconfitta qualsiasi. Si tratta del primo vero segnale che il magnetismo elettorale che aveva ridisegnato il Partito repubblicano non è più sufficiente a garantire vittorie automatiche.

Il Congresso all’assalto della Casa Bianca

La conseguenza più importante arriverà adesso. Con Hakeem Jeffries destinato a rafforzare la propria leadership alla Camera, i democratici avranno il potere di convocare audizioni, aprire indagini, pretendere documenti e sottoporre l’amministrazione a un controllo incessante. Il Congresso diventerà il principale campo di battaglia politico degli Stati Uniti. Trump parla di collaborazione. Ma la realtà suggerisce altro. Chi ha appena subito una simile sconfitta non detta più l’agenda. La subisce. Per questo il voto del 2026 rischia di entrare nella storia non come una semplice midterm, ma come il momento in cui l’America ha smesso di considerare il trumpismo una forza inevitabile. Le urne hanno infranto il mito della sua invincibilità e restituito un messaggio brutale alla Casa Bianca. Il vento è cambiato, e questa volta soffia tutto in direzione opposta.

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