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Editoriale

Se le “trumpate” si scontrano con la realtà

di Adolfo Spezzaferro -


Donald Trump ha polarizzato più che mai queste elezioni di medio termine come un referendum sulla sua persona. Il problema però è che ha puntato su un armamentario retorico che difficilmente avrà convinto gli elettori americani, alle prese con gli effetti reali della sua presidenza.

Il tycoon si è giocato la partita cercando di spostare l’attenzione (e quindi – è il ragionamento – di spostare pure il giudizio) dal bilancio di metà mandato a una prova di fedeltà nei suoi confronti. “Siete con me o contro di me? Se siete con me, impedite ai nostri nemici di vincere e salvate l’America”, è in sintesi la sua posizione populistica, ideologizzata e iper faziosa, tenuta fino all’ultimo secondo utile prima del voto.

Nel tentativo di mobilitare un elettorato (storicamente meno restio a recarsi alle urne rispetto all’elettorato dem) che potrebbe giudicarlo sui risultati, The Donald ha chiesto agli americani di votare repubblicano per impedire che al Congresso arrivino “comunisti e jihadisti” nelle file democratiche. Un’accusa, un allarme, parole forti – le solite “trumpate” – che però non descrivono la realtà.

Il Partito democratico non è diventato un’organizzazione comunista, men che mai una copertura dell’islamismo radicale. I dem sono una coalizione vasta e composita, con differenze, contraddizioni e posizioni anche molto distanti tra loro.

Tuttavia confondere volutamente il dissenso progressista con il comunismo (o il socialismo – per molti americani sono addirittura la stessa cosa), o evocare una presunta infiltrazione jihadista sulla base di candidati dem di fede musulmana può fare impressione a molti elettori, ma difficilmente potrà ribaltare il risultato.

Non è una novità né esclusiva di Trump: si agita lo spettro rosso, si evoca il pericolo alle frontiere, si associa l’immigrazione alla minaccia terroristica e si presenta il voto per i repubblicani come un atto eroico per la salvezza nazionale.

La paura diventa un surrogato del consenso. Il patriottismo, invece di essere un sentimento comune, viene trasformato in un certificato di appartenenza, da contrapporre agli avversari politici. Ma gli elettori hanno avuto a disposizione un criterio assai più concreto per valutare la presidenza Trump. A metà mandato, il giudizio sul tycoon molto probabilmente non dipenderà dalle minacce evocate nei comizi, ma dalla distanza tra promesse e risultati.

Sull’economia, gli americani hanno potuto misurare il costo della vita, il potere d’acquisto, il lavoro, gli investimenti e la tenuta delle imprese. Hanno potuto chiedersi se la crescita annunciata sia davvero arrivata nelle case, se le scelte commerciali e fiscali abbiano prodotto benefici o nuovi costi.

Se, soprattutto, il carobenzina (un qualcosa di inaccettabile se non addirittura impensabile per gli americani) non sia la diretta conseguenza della postura estera bellicosa (quando non bellicista) degli Usa.

Sulla sicurezza, gli elettori hanno potuto valutare se le comunità siano più protette e se la gestione dei confini sia efficace e, soprattutto, nel rispetto della legalità. Poi c’è la pace, promessa che pesa più di qualsiasi altro slogan. Gli elettori hanno potuto domandarsi se le crisi internazionali siano state disinnescate e se gli Usa abbiano guadagnato stabilità e garantito sicurezza.

Le midterm sono da sempre un referendum politico sul presidente, è vero. Legittimo dunque che Trump abbia chiesto fiducia per i suoi candidati e condannato le posizioni degli avversari. Ma la legittimità della sua richiesta non rende automaticamente vere, fondate le sue accuse.

In una democrazia – “gli Usa sono la più grande democrazia dell’Occidente”, è l’antico, ormai quasi dimenticato refrain -, la sicurezza nazionale non può diventare un pretesto per inventare complotti casalinghi, né il patriottismo può essere requisito esclusivo di una sola parte contro l’altra. Il problema vero peraltro è come reagirà Trump da oggi in poi a un eventuale ribaltamento della maggioranza al Congresso.

Forse da oggi a fine mandato la sua retorica avrà un po’ meno peso (è il nostro auspicio), rispetto ai fatti della politica.

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