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A Milano la fermezza dello Stato ha funzionato. Ma Sala sapeva dal 2016 che le periferie erano una polveriera

di Ettore Politi -


Sabato 24 ottobre Milano si è svegliata blindata. Piazza Duomo, San Babila, Cairoli, Garibaldi e Porta Venezia vietate a cortei e presidi, 1.400 agenti in strada con 500 paracadutisti della Folgore, 2.885 passanti identificati.

Circa diecimila persone hanno sfilato contro il carovita fino al Politecnico, fermate e deviate prima di piazza Duomo. I gruppi di ragazzi che una settimana prima avevano saccheggiato il centro non si sono presentati. Nessuna devastazione, negozi salvi. In tutta Italia 371 persone portate in questura, 110 minorenni, nove arresti, tensioni ma nessun saccheggio.

Le tensioni alla vigilia

La tensione della vigilia si spiega con i numeri del fine settimana precedente. Sabato 17 e domenica 18 ottobre, ai margini del corteo “Italia in piazza”, centinaia di ragazzi a volto coperto hanno sfondato vetrine in via Torino, via Orefici, via Dante, corso Vittorio Emanuele, piazza Castello. Saccheggiati Foot Locker, Decathlon, un Carrefour, una sartoria. Un dirigente di polizia colpito alla testa da una pietra, i fedeli in Duomo evacuati da un passaggio sotterraneo.

Il bilancio: 271 persone portate in questura, 220 non ancora diciottenni, 35 minorenni arrestati, quasi tutti tra 15 e 16 anni. Il più giovane identificato, come noto, ha 11 anni e frequenta la seconda media. Il Sole 24 Ore aveva appena rilanciato i dati ministeriali: Milano prima in Italia per reati denunciati, con i minorenni arrestati e denunciati in crescita del 34%. Un dato preoccupante che smentisce definitivamente la sinistra che, per ragioni di opportunismo, ha sempre sostenuto che Milano è una città sicura e che si tratta solo di un’esagerata percezione dei cittadini.

Il messaggio dello Stato

Tra i due fine settimana è cambiata una cosa sola: lo Stato ha mostrato la propria forza. Poco prima delle 14.30 di sabato 24, l’ora in cui il Movimento avrebbe dovuto comunicare i punti di ritrovo, la Polizia ha individuato il presunto ideatore della pagina: Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione, ricercatore ed ex collaboratore del Fatto Quotidiano.

La Polizia Postale, con l’Antiterrorismo, è risalita a lui attraverso l’indirizzo IP del profilo Instagram ottenuto da Meta; secondo QuiComo, decisivo sarebbe stato anche il cellulare della moglie, comasca, indagata in concorso. Siher era già noto all’AISI, per altre ragioni.

È stato rintracciato in un appartamento al Corvetto, uno dei quartieri “prioritari” del Piano periferie. La Procura gli contesta l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La regia è saltata e la piazza si è svuotata. Ai minorenni del 17 ottobre si contesta invece devastazione e saccheggio, da 8 a 15 anni di carcere. E molte famiglie hanno tenuto in casa i figli: una bravata ora può costare migliaia di euro di danni.

È caduta così la convinzione su cui si reggeva la piazza del 17 ottobre: che un minorenne possa devastare una città senza che gli venga contestato nulla di concreto. Molti fermati, nei verbali, hanno detto di credere che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi entrava a prendere scarpe e borse. Quando la risposta è una tiratina d’orecchie, quella convinzione si rafforza. Quando la risposta è certa e immediata, svanisce.

La diagnosi del 2016

Dopo il primo sabato il Sindaco Sala aveva attaccato il Viminale per le forze inadeguate, e Piantedosi gli aveva dato del «radical chic». Una settimana dopo le forze c’erano. Il Comune no: degli oltre 3.200 agenti della Polizia municipale, nessun contingente è stato messo direttamente a disposizione del dispositivo di sicurezza.

Eppure il sindaco sapeva. Il 17 ottobre 2016, esattamente 10 anni fa, davanti alla Commissione periferie, Giuseppe Sala avvertiva: «Potrebbero esserci più tensioni sociali di quel che immaginiamo, anche perché alcune cose sono state lasciate andare». Dieci anni dopo, giorno per giorno, quelle tensioni sono arrivate in Duomo.

Per la Giunta comunale meneghina e Giuseppe Sala in campagna elettorale le periferie erano «la nostra ossessione». A dicembre 2016 nacque il Piano periferie, con Giambellino-Lorenteggio, Qt8-Gallaratese e Corvetto tra gli ambiti prioritari.

Alla diagnosi non seguì la cura. Nel 2018 la stessa maggioranza ammetteva che «gli obiettivi prefissati non possono dirsi realizzati». Sala respinse un assessore dedicato. Quando dal 2022 rapine, aggressioni e pestaggi sono cresciuti a dismisura, il Sindaco ha attribuito il disagio delle gang minorili ai traumi del lockdown. Nel novembre 2024 il Corvetto “prioritario” ha vissuto notti di guerriglia dopo la morte di Ramy Elgaml. Sala ammise che mancano luoghi di aggregazione e che al Corvetto c’è molto terzo settore. Il terzo settore, appunto: non il Comune.

Chi sono

Dei 35 arrestati, 31 erano incensurati; 25 sono nati in Italia, gli altri arrivati da neonati. Vengono dalle periferie e dall’hinterland. Nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica: chat Telegram, poi i video del sabato. Dietro di loro ci sono famiglie che puliscono uffici all’alba e lavorano nella logistica per compensi che a Milano non pagano un affitto. I figli crescono soli, con uno smartphone come educatore.

Dov’era il Comune di Milano

Il decennio di Sala è stato quello di Porta Nuova, degli scali, di San Siro, delle Olimpiadi. Palazzo Marino non ha mai detto quanti cantieri del Piano periferie siano stati chiusi, quanti educatori di strada e assistenti sociali operino oggi al Corvetto, a San Siro, alla Barona, al Giambellino e negli altri quartieri rispetto al 2016, quanta parte del bilancio sia andata alle periferie. Dati che esistono negli atti e che nessuno ha mai messo in fila.

Lo Stato ha dimostrato in una settimana che la fermezza funziona. Ma la fermezza arriva dopo. Prima avrebbe dovuto esserci qualcuno a bussare alla porta di quelle famiglie. Sala, a fine mandato, guarda a Roma come parlamentare della sinistra. Il bilancio del Piano periferie va fatto prima che il suo autore esporti a livello nazionale il modello Milano.


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