A Trento l’immigratocambia mestiere
Al Festival dell’Economia di Trento l’immigrazione ha fatto carriera. Non più solo emergenza, sbarco, allarme, degrado. Davanti agli economisti, ai grafici e ai moderatori ben pettinati, l’immigrato diventa anche “opportunità”. Il Picchio vola basso e ascolta, ha notato il miracolo linguistico. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a Trento, prova saggiamente a leggere l’immigrazione anche come risorsa, altri continuano a usarla come manganello elettorale, chi per spaventare, chi per assolversi. Dipende dal palco e dalle sfumature delle coalizioni, se ci sono le telecamere è un problema, se ci sono gli industriali è una risorsa. La verità, però, sta nel punto più scomodo. L’immigrato è prima di tutto una persona, chi afferma di credere nei valori del cristianesimo e della Chiesa cattolica dovrebbe ricordarselo prima di ridurlo a oggetto da campagna elettorale. Rispettare ogni essere umano non significa bendarsi gli occhi o spegnere il cervello, l’immigrazione clandestina pesa sulla sicurezza alimenta zone grigie, sfruttamento e illegalità. E, come insegnano l’esperienza francese e molti fatti di cronaca italiana, quando integrazione, controllo del territorio, prevenzione e giustizia falliscono, anche frange radicalizzate di seconda e terza generazione possono trasformarsi in una minaccia vera, non immaginaria. I Fratelli Musulmani, per esempio, non sono folklore da convegno multiculturale, sono questione politica, culturale e di sicurezza nazionale. Il Parlamento dovrebbe discuterne senza isterie e senza buonismo, una democrazia matura non criminalizza una fede, ma non consegna pezzi di società a organizzazioni opache incompatibili con i suoi principi costituzionali e con la sua storia civile e religiosa. Poi, finito il festival, il miracolo torna in Questura. Lì l’immigrato non è né problema né opportunità, è lavoro. Una fila, un permesso, un ricorso, un’impronta, un interprete che manca, un ufficio sottorganico, una circolare che promette semplificazione mentre la stampante chiede pietà. Sono i luoghi in cui il personale della Polizia di Stato incontra la realtà senza sottotitoli, uffici immigrazione, frontiere, periferie, Digos, volanti e commissariati, dove bisogna distinguere la persona da proteggere dal circuito criminale da colpire. La politica ama le parole grandi, flussi, integrazione, rimpatri, legalità, sicurezza. La realtà usa parole più modeste, personale, procedure, mezzi, banche dati, rinnovi contrattuali dignitosi per i poliziotti. Se il Parlamento legifera, il ministro indirizza e la Polizia di Stato esegue, ciascuno faccia la propria parte, norme chiare, risorse vere e tutele del personale. A Trento l’economia ragiona. Bene. Ora qualcuno avverta anche la propaganda bipartisan sull’immigrazione, che, come Giano bifronte, con una faccia spaventa e con l’altra finge di non vedere.
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