Quando l’integrazione diventa propaganda e riesce a influenzare il voto
A Venezia il punto non è più soltanto capire dove finisca l’integrazione e dove cominci la propaganda. Il punto, adesso, è un altro: perché quando attorno al voto compaiono video, istruzioni e perfino fac-simile riconducibili all’area del PD, il caso resta confinato in una specie di imbarazzato sottovoce, mentre se fosse successo nel campo del centrodestra avremmo già assistito all’ennesima insurrezione politico-mediatica?
La vicenda delle lezioni di italiano ai bengalesi, già finita al centro delle polemiche nei mesi scorsi, torna infatti con elementi che – se confermati – rendono tutto ancora più pesante. Non più soltanto corsi, incontri, momenti di accompagnamento linguistico o sociale. Ma un contesto in cui, stando ai video circolati, compaiono indicazioni di voto, spiegazioni operative, fac-simile elettorali, orientamenti politici tutt’altro che sfumati. In altre parole: non più semplice mediazione, ma una possibile pedagogia del consenso.
Ed e qui che salta fuori la vera notizia. Non solo ciò che si vede, ma il modo in cui lo si guarda. Se immagini del genere avessero riguardato un circolo, un comitato, un’associazione o un candidato vicino al centrodestra, la reazione sarebbe stata automatica e violentissima. Avremmo letto paginate indignate sulla manipolazione dei più fragili, ascoltato prediche scandalizzate sul voto etnico, visto sfilare opinionisti e professionisti dell’allarme democratico. Ci sarebbero state interrogazioni, richieste di chiarimenti, appelli alla trasparenza, forse perfino l’ennesimo processo mediatico celebrato prima ancora di qualsiasi accertamento.
Invece, a parti invertite, tutto si fa ovattato. Prudente. Quasi distratto. Come se il problema non fosse l’eventuale pressione esercitata su elettori in condizioni di fragilità linguistica o sociale, ma il fatto che la storia rischi di mettere in imbarazzo la parte politica che da sempre si autoproclama moralmente superiore. Eppure la regola dovrebbe essere semplicissima: se una pratica è opaca, è opaca sempre. Se appare scorretta, lo appare a prescindere dal simbolo stampato sulla tessera di partito.
Il centrosinistra italiano ha costruito negli anni una parte rilevante della propria rendita simbolica sull’idea di essere il campo della partecipazione consapevole, dell’inclusione, dei diritti, dell’educazione civica. Proprio per questo, eventuali scene di istruzione al voto rivolte a cittadini stranieri pesano il doppio. Perché incrinano il racconto edificante e restituiscono invece un’immagine assai più vecchia e assai meno nobile: quella del bacino elettorale da coltivare, accompagnare, indirizzare.
Sia chiaro: servono verifiche, contesto, chiarimenti. Ma i chiarimenti non possono diventare l’alibi per tacere. E soprattutto non possono valere in modo selettivo. Perché in Italia il problema non e soltanto quello che accade, ma il diverso volume morale con cui lo si denuncia. Alla destra si contesta il sospetto; alla sinistra si concede il beneficio dell’ambiente. Alla prima basta un frame per finire sul banco degli imputati; alla seconda spesso non bastano i video per aprire un caso vero.
E allora Venezia diventa qualcosa di più di una polemica locale. Diventa la fotografia di un vizio nazionale: l’indignazione a corrente alternata. Quella per cui la gravità dei fatti non dipende dai fatti, ma da chi li compie. E invece no: se davvero qualcuno ha pensato di trasformare l’alfabetizzazione civica in addestramento elettorale, il tema è enorme. Ed è enorme soprattutto per chi da anni pretende di impartire lezioni di democrazia agli altri.
Il discrimine, in fondo, è tutto qui. O certe pratiche sono considerate inaccettabili sempre, anche quando sfiorano il perimetro del PD, oppure non si parli più di etica pubblica, ma soltanto di convenienza di campo. Che è la forma più ipocrita della politica italiana.
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