Ben-Gvir, le elezioni in Israele e il cortocircuito in Spagna
Non sono incidenti, ma metodi punitivi
Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, è diventato il “fulcro” di una crisi multilivello che coinvolge diplomazia, politica interna e modelli di gestione della sicurezza. Le reazioni degli ultimi giorni mostrano come la sua condotta non sia più percepita come un affare interno israeliano, ma come un problema per molti versi globale. Il video che lo ritrae mentre deride gli attivisti della Global Sumud Flotilla, inginocchiati e con le mani legate, ha innescato una serie di reazioni a catena, interne ed esterne. L’immagine che ha fatto il giro del mondo, cristallizzando in pochi secondi ciò che molti governi già pensavano da tempo. La brutalità di diversi esponenti dell’esecutivo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu non è più un incidente, ma un metodo.
Ben-Gvir nel mirino di diversi Paesi
La reazione internazionale è stata immediata e inusualmente compatta. Otto Paesi, dagli Emirati all’Indonesia, passando per Arabia Saudita e Qatar, hanno parlato con una sola voce, definendo le azioni del ministro ultrasionista israeliano “deplorevoli, degradanti e inaccettabili”. Non si tratta di una semplice condanna formale, ma di un atto politico. È la presa d’atto che la condotta di Ben-Gvir non è più compatibile con la diplomazia regionale, con gli equilibri costruiti negli anni, con la fragile architettura di normalizzazione che molti governi arabi avevano faticosamente accettato.
Poi è arrivata la Francia, che ha fatto un passo ancora più netto: vietare l’ingresso a un ministro israeliano in carica. Una decisione che pesa come un macigno, perché non riguarda solo l’esponente dell’esecutivo Netanyahu colpevole di reiterati eccessi, ma il modo in cui l’Europa guarda oggi alla leadership israeliana.
La polemica politica in Israele
E mentre all’estero si alzano muri, in Israele si alza la voce. Il presidente Isaac Herzog, figura istituzionale che raramente usa parole taglienti, ha parlato apertamente di “brutalità”, di “linee rosse”, di un Paese che rischia di smarrire la propria bussola morale. È un rimprovero che arriva dall’interno, e che pesa più di mille dichiarazioni internazionali. Perché Herzog non parla solo a Ben-Gvir, ma si rivolge a un’intera società che si avvicina alle elezioni con la sensazione che qualcosa si sia incrinato.
In questo clima, criticare l’esponente dell’estrema destra diventa improvvisamente conveniente. Un modo per salvare la faccia all’estero, certo, ma anche per evitare che la sua radicalità diventi un boomerang elettorale. La politica israeliana, che da mesi naviga in acque agitate, sembra aver trovato nel ministro della Sicurezza Nazionale un capro espiatorio perfetto. Troppo ingombrante per essere difeso, molto utile per essere scaricato per calcolo. La presa di distanza delle Forze di difesa israeliane (Idf), risponde per molti versi alla stessa logica.
Lo scontro Spagna-Israele
Esiste poi un fronte esterno. Il caso spagnolo è emblematico. Tel Aviv ha convocato l’incaricata d’affari di Madrid accusando la Spagna di ipocrisia, mentre la Global Sumud Flotilla ha denunciato la violenza dell’Ertzaintza all’aeroporto di Bilbao. In questo caso la storia sta assumendo un’altra dimensione. Non è più solo la crudezza israeliana a essere sotto accusa, ma la sua esportazione.
L’esportazione di un modello repressivo
Gli attivisti parlano di “franchising globale della repressione”, di tecniche e tecnologie di sicurezza israeliane adottate dalle forze basche. Il modello securitario promosso da Itamar Ben-Gvir, duro, punitivo, umiliante, a loro avviso, sta trovando spazio anche altrove, come se la brutalità potesse viaggiare, essere appresa, replicata e inoculata.
Da Gaza a Bilbao, da Parigi ad Abu Dhabi, il nome del ministro estremista è diventato un simbolo negativo, ma soprattutto un catalizzatore di tensioni diplomatiche, di fratture interne, di un malessere che attraversa lo Stato ebraico proprio mentre il Paese si prepara a tornare alle urne.
La storia politica, da sempre, è fatta anche di figure che, nel bene o nel male, diventano specchi. E guardando a Ben-Gvir, molti israeliani, e non pochi governi stranieri, sembrano vedere riflessa un’immagine che è molto pericoloso riconoscere come propria.
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