Economia

Accise, dall’Etiopia a Suez: così lo Stato fa cassa

di Giovanni Vasso -

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Ah, se non ci fossero le accise. Ma purtroppo ci sono e in Italia, oggi, fermarsi a fare carburante è diventato sinonimo di salasso. Non è colpa delle fluttuazioni né della speculazione internazionale. Lo ha detto anche il governo. Senza le accise, il prezzo dei carburanti in Italia sarebbe più che concorrenziale e sicuramente farebbe l’invidia degli automobilisti tedeschi, francesi e spagnoli. Sarebbe, farebbe: si parla al condizionale, si utilizzano i periodi ipotetici, per la precisione quelli che la grammatica (e la prassi) consegnano all’irrealtà. Già, perché fino al 58% di quello che si paga alla pompa finisce nelle casse dello Stato. Grazie alle accise, certo. Ma grazie anche, o forse soprattutto, al “peso” dell’Iva che si dilata con il crescere dei prezzi e garantisce all’Erario incassi da capogiro.
L’elenco delle accise che contribuisce alle impennate dei prezzi dei carburanti è sempre quello. Alle aggiunte storiche, che risalgono ai tempi in cui si girava per strada coi fez, attraversano tutte le tragedie della Prima Repubblica arrivando fino ai grandi drammi collettivi della Seconda. La prima accisa è quella della guerra (infinita) d’Etiopia. Il “posto al Sole” di mussoliniana memoria c’è costato l’ira di Dio se, dal 1935 a oggi (quasi novant’anni), abbiamo pagato (e continuiamo a farlo) 1,90 lire (oggi decimali di centesimo di euro) per l’occupazione effimera del Tigré. Paghiamo tuttora la crisi di Suez, forse in ossequio al fatto che, nel 1956, per la prima e unica volta nella storia Mosca e Washington presero le parti dello stesso Paese (l’Egitto) contro la “protervia” anglo-franco-europea. C’è la tragedia del Vajont del 1963 e l’alluvione di Firenze del 1966, il terremoto del Belice nel ’68 e quello del Friuli nel ’76. Paghiamo ancora oggi poco meno di quattro centesimi al litro per finanziare la ricostruzione dell’Irpinia post terremoto dell’80 mentre una decina di centesimi servono a finanziare la missione italiana in Libano (1982), 11 centesimi si sborsano per dare il nostro contributo alla missione italiana in Bosnia del 1996. Tanti quanti se ne pagano in ossequio al decreto “Salva Italia” varato a suo tempo (anno domini 2011) da Mario Monti. Altre accise sono legate a rifondere i danni di drammi come il terremoto in Abruzzo nel 2009, l’alluvione in Liguria e Toscana (2011), la ricostruzione in Emilia-Romagna (2012), la crisi dei migranti e dei profughi libici (2011) e i finanziamenti alla cultura (2011). Poi ci sono le accise per reperire fondi da utilizzare nell’acquisto di bus ecologici (2005) che oggi sarebbero degli scassoni ammazza-ambiente senza speranza, il rinnovo degli auto-ferrotranvieri del 2004, il decreto Fare del governo Renzi (2014). Certo, le emergenze, nel Paese che fa delle emergenze la sua stessa ragione di vita, non mancano mai. E continuare a incamerare bei soldoni, allo Stato, fa più che comodo. Specialmente se si considera che non è finita qui. Già, perché le accise pesano, sul prezzo complessivo, tra il 30% del diesel al 34% della benzina. Ma c’è l’Iva. E l’imposta sul valore aggiunto, ça va sans dire, si conta sul prezzo finale. Ventidue per cento. Non si transige. E si calcola, quindi, tanto sul costo reale della benzina quanto sul prezzo che viene a formarsi aggiungendo il peso delle accise. Se la matematica non è un’opinione, al Fisco va qualcosa come il 56% del costo di un litro di carburante. Senza le accise, certo, che comprare benzina sarebbe conveniente. Ma il governo, già nelle scorse settimane, ha chiarito che non si torna indietro. E che i balzelli non si toccano. Il sottosegretario al Mef Lucia Albano lo ha detto il primo di agosto: “Non ci sono i presupposti per un nuovo taglio delle accise”. Due settimane fa, i prezzi erano abbondantemente sotto i due euro. Oggi, dopo sedici rincari consecutivi, agli automobilisti inizia a venire un cerchio alla testa. E il dibattito, chiaramente, si riaccende. Perché, considerate le ragioni alla base dell’istituzione di ogni singola accisa, ormai datate e “antiche”, viene naturale, al cittadino, ribellarsi contro quello che interpreta come un ingiusto balzello. Che però, tra accise e Iva, porterà nelle esauste casse dello Stato un vero e proprio tesoro quantificato in qualcosa come 2,2 miliardi di euro.
La Cna ha chiesto al governo di tagliare le accise sui carburanti “utilizzando l’extragettito”. I consumatori invece sono pronti a trascinare il Ministero dell’Economia e delle Finanze in tribunale. Con un’accusa che suona sanguinosa: appropriazione indebita. “Dopo il sedicesimo aumento di seguito del costo dei carburanti, che l’esecutivo a quanto pare non giudica allarmante, considerandolo al netto delle accise- , afferma il Codacons – è davvero incredibile assistere alla scena di un governo che si prende meriti che non esistono e arriva a fare i conti senza le accise, nel goffo tentativo di convincere i cittadini che la situazione è sotto controllo. Tutto questo mentre gli italiani, ormai rassegnati al salasso, si ritrovano dissanguati alla pompa di benzina”.


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