Legge sul fine vita: le regioni accelerano, il Parlamento resta al palo
A fare notizia è la legge approvata in Veneto, la prima Regione di centrodestra a normare il fine vita dopo che lo stesso è già accaduto in Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Non si tratta, però, dell’unico caso degno nota di questa estate. Appena una settimana prima del via libera del Consiglio regionale veneto – precisamente il 25 agosto – il tema era, infatti, già ripiombato sulla scena con il primo suicidio medicalmente assistito interamente gestito dalla sanità lombarda. Forse perché il dibattito pubblico era ancora assopito dalla pausa estiva dei lavori parlamentari, ma il caso è rimasto in sordina, nonostante la procedura sia stata eseguita in una Regione – anche questa di centrodestra – dove non c’è alcuna legge sul fine vita. Mentre quanto accaduto in Veneto ha riacceso il confronto politico. In particolare per quanto riguarda la necessità di definire, finalmente, una una normativa nazionale.
Il dossier arenato al Senato
Soprattutto dopo che un primo tentativo era già partito al Senato, dove poi il dossier è stato rimandato a data da destinarsi. La questione, ovviamente, come quasi sempre accade quando si affrontano temi dal forte impatto etico, divide. Non solo maggioranza e opposizione. Una certa distanza si registra, infatti, anche all’interno dello stesso centrodestra, dove l’atteggiamento di Forza Italia è nettamente meno timido di quello degli alleati. Una linea adesso cristallizzata dalla capogruppo azzurra a Palazzo Madama, Stefania Craxi, e rivendicata dalla collega di partito Licia Ronzulli, da sempre molto attiva sul tema dei diritti.
La posizione di Forza Italia
Secondo la vice presidente del Senato in quota Forza Italia quanto accaduto in Lombardia “conferma l’urgenza che il Parlamento si occupi del fine vita una volta per tutte”. “A maggior ragione per l’enorme delicatezza del tema”, ha insistito Ronzulli, “è fondamentale che la politica si prenda le proprie responsabilità”. Tanto più perché “quando si parla di diritti e di salute non ci si può limitare a girare la faccia dall’altra parte”. Principi ribaditi dopo l’approvazione della legge in Veneto. La senatrice azzurra ha denunciato il rischio che Camera e Senato restino “indietro rispetto a esigenze e bisogni a cui si sta già dando risposta a livello locale”. Ma anche quello che “i cittadini di una regione abbiano accesso a prestazioni diverse rispetto a quelle di un’altra”.
Sul fine vita serve una legge nazionale
Insomma, la politica non può abdicare al proprio ruolo. Anche perché il perdurare dello stallo normativo sul fine vita, oltre alle accelerazioni delle singole regioni, ha già prodotto svariati interventi della Corte costituzionale. Circostanza tipica della necessità di colmare un vuoto. Del quale dovrebbe occuparsi il Parlamento, evitando di continuare a lasciare la patata bollente in mano ai giudici o alla sensibilità delle varie maggioranze che si registrano – o che sul tema specifico si costruiscono – nei singoli consigli regionali. Questo perché, se già i diversi standard qualitativi della sanità nelle singole realtà rappresentano una sorta discriminazione, di certo non può essere il luogo di residenza a determinare o meno il godimento di un diritto, che o c’è o non c’è. E se c’è deve valere per tutti i cittadini.
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