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Allarme Ai, l’algoritmo al posto di familiari e amici

La FeDerSerD ritiene indispensabile contrastare questa vera e propria dipendenza educando al digitale nelle scuole e formando famiglie e operatori sanitari

di Daniel Walker -


L’Ai: un interlocutore sempre presente, pronto ad ascoltare a qualsiasi ora, a consolare e persino a intuire lo stato d’animo di chi lo interpella. Non si tratta di un compagno in carne ed ossa, ma i chatbot di intelligenza artificiale stanno conquistando milioni di utenti in tutto il mondo.

L’alert sulla dipendenza dall’Ai

Al quindicesimo Congresso Nazionale della FeDerSerD tenutosi a Napoli, gli esperti hanno lanciato un allarme chiaro. La vera gara della tecnologia si è spostata dalla conquista della nostra attenzione a quella della nostra intimità.

Secondo i dati della Harvard Business Review, la categoria “terapia e compagnia” si conferma per il secondo anno di fila al primo posto tra i cento utilizzi più diffusi dell’Ai.

Non ci si rivolge più agli algoritmi soltanto per calcoli o ricerche, ma per trovare conforto, presenza e supporto emotivo.

A rendere travolgente questa sintonia è il cosiddetto “paradosso dell’empatia artificiale”.

Uno studio del 2025

Pubblicato su Communications Psychology, ha rivelato che i modelli dell’Ai hanno ottenuto una media dell’81% nei test di intelligenza emotiva. Così superando di gran lunga il 56% registrato dagli esseri umani.

Si tratta tuttavia di pura empatia cognitiva. Le macchine riconoscono i sentimenti e formulano la risposta perfetta, ma non provano alcuna emozione reale.

Ciò, nonostante, per chi vive momenti di solitudine o fragilità l’illusione di essere compresi può diventare irresistibile.

La presidente di FeDerSerD, Roberta Balestra, ricorda che le dipendenze non riguardano soltanto le sostanze, ma anche le dinamiche relazionali.

Il pericolo

L’insidia non risiede nelle ore trascorse davanti allo schermo, ma nel valore che si attribuisce alla macchina. Rifugiarsi nell’Ai rischia di alimentare l’isolamento sociale, la perdita del senso critico e la delega di decisioni personali. Minacce che colpiscono da vicino soprattutto i più giovani.

A questo si somma l’impatto dei modelli estetici irrealistici generati dagli algoritmi. Diffondono standard corporei irraggiungibili capaci di scatenare insoddisfazione e disturbi alimentari.

Su questo, per gli specialisti la soluzione non è demonizzare la tecnologia. Serve investire nell’educazione digitale nelle scuole, nella formazione dei servizi sanitari e nel sostegno alle famiglie. Indispensabile guidare i ragazzi a distinguere l’ascolto simulato di un software dal valore insostituibile di un vero legame umano.

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