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Attualità

Amendolara: il paradigma della sicurezza meridionale

di Giuseppe Tiani -


Ad Amendolara quei braccianti non sono morti soltanto dentro un minivan incendiato. Sono morti dentro una zona d’ombra fatta di sfruttamento, lavoro invisibile, trasporti opachi, ricatti e presenza insufficiente dello Stato prima della tragedia. La vicenda appartiene anzitutto all’accertamento della magistratura e delle forze di polizia. Ma interroga, prima ancora, le politiche della sicurezza pubblica nella sua accezione più alta, la capacità della Repubblica di impedire che la vulnerabilità sociale diventi dominio criminale.

La sicurezza non è l’ordine gridato nei comizi, né l’annuncio che dura il tempo di un titolo. È la condizione materiale della libertà, soprattutto per chi non ha voce. Per questo Amendolara non è solo cronaca nera, ma segnala l’irrisolta questione meridionale letta attraverso la sicurezza. Ieri i braccianti poveri del Sud, chiamati con disprezzo “terroni”, i lavoratori dell’Ofantina e della Capitanata che chiedevano terra, lavoro e dignità.

Oggi i nuovi invisibili, migranti esposti al ricatto del bisogno e alla ferocia di caporali, trafficanti ed economie illegali. Non possiamo tornare indietro. Non possiamo dimenticare Torremaggiore, le lotte bracciantili pugliesi, il Mezzogiorno trattato come periferia interna della Nazione, la voce di Giuseppe Di Vittorio che denunciò al Paese la dignità offesa di chi lavorava la terra. La Repubblica nacque anche per rovesciare quella storia, non per mettere il potere democratico contro i poveri, ma per fare dello Stato il presidio dei diritti, della legalità e dello sviluppo.

Affermare questo non significa confondere umanità e illegalità. L’immigrazione va governata, quella irregolare contrastata nelle sue filiere criminali, perché dove la persona resta senza diritti e senza protezione pubblica diventa più facilmente preda di chi sfrutta, minaccia e comanda. Proprio per questo lo Stato deve essere più forte, più giusto, più presente, perché dove non governa, governano trafficanti, caporali, mafie ed economia illegale. Chi sfrutta esseri umani e frena lo sviluppo del Mezzogiorno va combattuto senza ambiguità. La legge contro il caporalato esiste.

Ma senza controllo del territorio, ispettori del lavoro in numero adeguato, intelligence sociale e polizia giudiziaria in condizione di operare, rischia di diventare il monumento retorico della buona coscienza. Sono necessari i controlli integrati tra Ispettorato del lavoro, forze di polizia, Prefetture e Questure, Comuni e Procure, perché solo una rete istituzionale stabile può leggere insieme lavoro, mafia, immigrazione, impresa e povertà. La legalità non è il riflesso dell’inchiostro sulla carta, la giustizia tardiva rischia di essere l’autopsia dello Stato. Bisogna impedire che i lavoratori invisibili diventino vittime visibili solo quando muoiono. La Repubblica ha compiuto ottant’anni.

Ottant’anni fa l’Italia seppe sollevarsi dalle macerie perché capì che la libertà era la base della ricostruzione civile e sociale. La Costituzione, il lavoro, la scuola, la sanità pubblica, la libera impresa, la magistratura autonoma, i Comuni e i corpi intermedi furono il telaio della rinascita. Dentro quel cammino c’è anche la Polizia di Stato, da quarantacinque anni a ordinamento civile. Una polizia al servizio dei cittadini e dello Stato, non di un malinteso autoritarismo. Una funzione costituzionale, ecco perché il ruolo del Questore e dei poliziotti non può essere letto come manovalanza dell’emergenza.

Ma la sicurezza va intesa come politica generale per il Paese, nelle campagne sfruttate, nelle periferie abbandonate, nei quartieri dove la droga occupa il vuoto lasciato dalle istituzioni, nei territori in cui la criminalità organizzata non spara ma compra, assume, corrompe e comanda. La domanda non si esaurisce in chi abbia commesso il reato. Interroga politica e Stato, dai Comuni al Governo, su dove fossero prima che il reato si consumasse. È una domanda che misura la responsabilità pubblica di una parte consistente del ceto politico e dei gruppi dirigenti, soprattutto quando questi hanno l’onestà di svestirsi dal loro cinismo amministrativo. Anche la giustizia deve accettare una riflessione non di comodo. L’esito del referendum sulla giustizia non ha eliminato le criticità patologiche del sistema.

Da solo, non poteva farlo, ma non può diventare l’alibi per rinviare ancora. Il decisore politico deve intervenire con metodo riformista, condiviso e costituzionale, senza vendette contro la magistratura e senza difese corporative dell’esistente. Servono tempi ragionevoli, garanzie vere, responsabilità chiare, tutela effettiva delle vittime e una macchina giudiziaria che non consumi la fiducia prima della decisione. Non può esserci giustizia credibile se il cittadino vede lo Stato arrivare tardi, parlare difficile e proteggere poco. Le garanzie sono presidio della democrazia, non un fastidio burocratico.

Ma quando diventano lingua incomprensibile, quando i tempi processuali logorano le vittime, quando le prove rischiano di perdere efficacia in tortuosi labirinti e la legge appare severa con i deboli o variabile secondo lo status, la fiducia si rompe. E in quel vuoto entrano giustizialismo, rabbia, propaganda e qualunquismo giudiziario. A ottant’anni dalla Repubblica, la sicurezza deve tornare idea nazionale. Proteggere i cittadini, sostenere l’impresa che rispetta le regole, liberare il Mezzogiorno dal dominio mafioso e criminale, contrastare il lavoro nero, usura ed economia illegale. Perché la democrazia è forte quando impedisce ai più deboli di vivere nella paura e consente allo sviluppo sano di non pagare il prezzo dell’illegalità.


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