Andate al cinema, lo dice Leone XIV
C’è un dettaglio che colpisce, nelle parole di papa Leone XIV davanti a oltre cento protagonisti del cinema mondiale riuniti nella Sala Clementina ieri: l’aver definito il cinema “un’arte giovane, sognatrice e un po’ irrequieta”. In un’epoca in cui tutto – a partire dalla tecnologia – sembra invecchiare in fretta, compresi i linguaggi culturali, il Pontefice ha ricordato che il grande schermo conserva ancora una vitalità originaria, quella scintilla che i fratelli Lumière accesero 130 anni fa e che continua a interrogare la nostra capacità di osservare e decodificare il reale.
C’è poi un secondo passaggio, altrettanto significativo: l’appello a difendere le sale cinematografiche. Non un nostalgico rimpianto, ma un invito a riconoscere che il cinema è, prima di tutto, esperienza condivisa. Nell’epoca dello streaming permanente e dell’intrattenimento individuale, il Papa ricorda che una comunità si costruisce anche attorno a quel “mistico” fascio di luce che attraversa il buio, a uno sguardo che si posa su uno schermo insieme ad altri.
Le sale, dice, sono “cuori pulsanti” dei territori: perderle significa perdere un luogo in cui la società si ritrova, si confronta, immagina. Ma in queste parole non v’è alcuna ostilità verso il digitale, bensì una critica precisa alla “logica dell’algoritmo”, che ripropone solamente ciò che funziona e cancella il resto. L’arte, invece, avanza per deviazioni, per inciampi, per differenze che inquietano e che stimolano. “Difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla” è forse la frase più controcorrente in un mondo che misura tutto in secondi e clic (e monetizza ogni cosa). Eppure il tono dell’incontro non è stato quello di una lezione, ma di un affidamento.
Leone XIV ha chiamato i cineasti “pellegrini dell’immaginazione”, quasi a dire che il loro compito non è intrattenere ma custodire e rivelare un frammento di umanità. Non sfruttare il dolore, ma accompagnarlo. Non fuggire dalla fragilità, ma illuminarla. Un cinema siffatto, insomma, non è un lusso culturale: è un bisogno sociale. Perché, alla fine, la domanda è sempre la stessa: che cosa ci aiuta ad alimentare la speranza? Il Papa sembra suggerire che il cinema – quando è davvero arte, quando osa, quando ascolta – può ancora farlo. Può diventare casa, incontro, linguaggio universale di pace.
Può sorprenderci. Può perfino mostrarci, come ha detto, “un solo frammento del mistero di Dio”. Un fotogramma dello spirito.
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