Angelo Gregorio e l’arte di “tenere”
Tra i commenti che ricevo spesso dai miei lettori ce ne sono alcuni curiosi. Alcuni mi considerano un po’ troppo severo verso l’Italia e l’Europa. Chiedendomi persino: “Ma chi te lo fa fare?” Altri, al contrario, mi percepiscono un po’ troppo indulgente, quasi celebrativo, del cosiddetto “Sistema Italia”, o dell’Unione europea.
Dopo aver risposto che “chi me lo fa fare” è solo la mia coscienza di patriota italiano-europeo, ed il debito generazionale che sento di avere verso nostri figli e nipoti, aggiungo che, le due opposte percezioni, confermano di meritare il giudizio della maggioranza dei miei lettori.
Che apprezzano il mio essere moderato, nel cercare di non essere mai dogmatico, ideologico o vuotamente retorico. Ed essere moderato, per me, da talebano della moderazione, quale mi considero, non significa mai negare o nascondere il male quando c’è, né smettere di denunciarlo e combatterlo. In Italia come in Europa. Significa anche, però, saper vedere il bene, valorizzarlo e incoraggiarlo.
In altre parole, non fermarsi a dare voce solo al fragore dei singoli alberi che cadono, con facile indignazione e scandalismo, ma accorgersi anche, e raccontare, della foresta silenziosa che cresce.
È per questo che mi piace raccontare, non solo le cose che non vanno, conservando lo spirito del vecchio finanziere, e delle migliori tradizioni della mia Guardia di Finanza, ma anche le storie di italiani che, all’estero, contribuiscono ogni giorno a dare prestigio al nostro Paese. Persone che fanno molto più rumore con i fatti che con gli slogan.
Angelo Gregorio è una di queste.
Un italiano che onora l’Italia in Belgio
Ho conosciuto Angelo Gregorio a Bruxelles, in occasione di un evento del mio Rotary Club Bruxelles Ovest, presso la Residenza dell’Ambasciatore d’Italia in Belgio. Musicista, autore e uomo di cultura, appartiene a quella schiera di connazionali che rappresentano l’Italia senza bisogno di incarichi ufficiali o titoli altisonanti.
In un Paese come il Belgio, che talvolta guarda ancora gli italiani attraverso stereotipi tanto facili quanto ingiusti, ogni professionista serio, ogni imprenditore corretto, ogni ricercatore, artista o volontario che dimostra competenza e affidabilità diventa, di fatto, un ambasciatore del nostro Paese.
Gregorio lo fa attraverso la musica e, oggi, anche attraverso la scrittura.
“Ars”: una domanda necessaria
Il suo recente libro, Ars. A cosa serve fare arte oggi?, parte da una domanda tanto semplice quanto impegnativa: quale può essere il ruolo dell’arte in un mondo attraversato da guerre, tensioni, polarizzazioni e rumore mediatico?
La risposta dell’autore sorprende proprio perché evita ogni retorica.
Gregorio non presenta l’arte come una forza capace di salvare il mondo o di correggere la storia. Al contrario, recupera il significato originario della parola latina ars: tecnica, mestiere, disciplina, costruzione.
Nella prefazione che ho avuto l’onore di scrivere per il volume, ho osservato che Gregorio «porta sul palco competenza. Porta mestiere. Porta ars, nel senso latino più pieno del termine: tecnica, costruzione, responsabilità. Non l’arte come improvvisazione romantica. Ma l’arte come lavoro».
Una riflessione che attraversa l’intero libro.
In un tempo che urla
Le pagine di Ars colpiscono per il loro stile essenziale e per la profondità delle domande che pongono.
«In un tempo che urla, Angelo sceglie di accordare», ho scritto ancora nella prefazione.
Ed è forse questa l’immagine che meglio sintetizza il suo lavoro.
Viviamo in una società nella quale tutto sembra spingerci verso la reazione immediata, l’indignazione permanente, la semplificazione. Un mondo in cui si è spesso chiamati a schierarsi prima ancora di comprendere.
Gregorio propone invece una strada diversa: rallentare, ascoltare, costruire.
Non per fuggire dalla realtà, ma per abitarla con maggiore consapevolezza.
L’arte che “tiene”
Tra i concetti più interessanti del libro ve n’è uno che ritorna come un filo conduttore: il verbo “tenere”.
L’arte, sostiene Gregorio, non guarisce le ferite del mondo, non elimina il dolore e non impedisce le tragedie della storia.
Può però aiutare a “tenere insieme”.
Tenere insieme persone, relazioni, comunità, significati.
Nella prefazione ho sintetizzato questa intuizione con parole che continuo a condividere pienamente: l’arte non serve «a salvare il mondo, non a correggere la storia, non a vincere le guerre. Serve a tenere. A tenere insieme ciò che si scompone».
È una definizione che va ben oltre l’arte.
Perché descrive anche il lavoro quotidiano di tanti servitori delle istituzioni, insegnanti, volontari, imprenditori e cittadini che incontro a Bruxelles e in tutta Europa.
Costruire invece di demolire
Forse è proprio questo il motivo per cui ho apprezzato il libro di Angelo Gregorio.
Perché è un libro che non divide. Non urla. Non semplifica.
È un libro che prova a comporre.
E oggi comporre, in arte come nella vita civile, è già un atto di coraggio.
In un’epoca in cui la demolizione sembra spesso più facile della costruzione, Gregorio ci ricorda che esiste ancora chi sceglie la disciplina invece dell’improvvisazione, l’ascolto invece del rumore, la responsabilità invece della scorciatoia.
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