La tragedia di Aurora e il processo sommario alla Scuola Marescialli della Guardia di Finanza
La tragica scomparsa di Aurora Valenti, ventidue anni, allieva maresciallo della Guardia di Finanza, precipitata dal terzo piano di un edificio della Scuola Ispettori e Sovrintendenti dell’Aquila, ha profondamente colpito tutti coloro che hanno servito o servono lo Stato in uniforme. Hanno colpito profondamente soprattutto chi, come me, ha anche una nipote della sua stessa età ed un’altra, più piccola, che porta il suo stesso nome.
Alla sua famiglia va anzitutto il nostro più sincero e profondo cordoglio. Il resto richiede rispetto, prudenza e senso delle istituzioni.
Sulle cause di questa tragedia è ancora in corso un’inchiesta della magistratura. Che, come dovrebbe essere sempre, si sta svolgendo nel più grande e doveroso riserbo. Se emergeranno eventuali responsabilità individuali, esse dovranno essere accertate con il massimo rigore e, nel caso, severamente sanzionate. È ciò che impone uno Stato di diritto.
Ben diverso, però, è assistere al processo sommario intentato contro la Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, indicata da taluni come se fosse essa stessa la causa della tragedia.
Trovo questo atteggiamento profondamente ingiusto, oltre che dannoso.
Conosco quella Scuola, presso la quale lo scorso ottobre ho tenuto una conferenza sulla mia esperienza di vecchia e prima Fiamma Gialla in Europa. Ed ho ancora negli occhi l’immagine di un auditorio attento, appassionato, interessato, fatto di sguardi vivaci di ragazze e ragazzi affamati di apprendere, e fieri della loro uniforme e della loro scelta di vita. La Scuola dell’Aquila è uno dei fiori all’occhiello della Guardia di Finanza e dello Stato italiano. Dove, da oltre un secolo, vengono formati migliaia di ispettori chiamati a vigilare frontiere marittime nazionali e Ue, combattere evasione fiscale, criminalità economica, riciclaggio, frodi ai danni dello Stato e dell’Unione europea, corruzione e mafie.
Cosa è davvero una scuola militare
Chi critica il rigore dell’addestramento dimostra di non aver compreso cosa sia realmente una scuola militare.
Una scuola militare non è un college dove conseguire una laurea a spese dello Stato e del contribuente. È un istituto destinato a formare cittadini in uniforme ai quali la Repubblica affiderà poteri, responsabilità e, soprattutto, una missione al servizio della collettività che, se necessario, potrà richiedere anche l’estremo sacrificio della propria vita.
Per questo la formazione deve essere necessariamente severa. Perché non deve fornire soltanto nozioni acquisibili nelle aule di una qualunque università. Deve anche, e soprattutto, temprare il carattere, sviluppare autocontrollo, disciplina, senso del dovere, resilienza, capacità di decidere sotto pressione e di affrontare livelli di stress e tensione psicologica che pochi altri mestieri conoscono. Per adempiere con quella “disciplina” e quell’”onore”- non dimentichiamolo – che non sono vuota retorica, ma quanto prescritto dall’articolo 54 della Costituzione per l’adempimento di tutti i doveri insiti nello status di marescialli della Guardia di Finanza.
Non è quindi una formazione, né una professione, adatta a tutti.
Ed è proprio per questo che le selezioni devono essere rigorose, non soltanto sul piano culturale, ma anche fisico e psico-attitudinale. Non per escludere arbitrariamente qualcuno, bensì per tutelare innanzitutto i giovani che intraprendono questa strada e, domani, i cittadini ai quali essi saranno chiamati a garantire, in armi, sicurezza, legalità e libertà.
Il suicidio in Europa, oltre il caso di Aurora
Da Bruxelles, dove vivo e dove ho servito per oltre trent’anni nelle istituzioni europee, questa vicenda assume una prospettiva ancora più ampia.
Non siamo di fronte a un problema italiano né, tantomeno, della Guardia di Finanza. Se venisse confermato, come sembrerebbe, da alcune notizie stampa, che quello di Aurora non è stato un incidente, o, ancora peggio, tragica conseguenza del dolo altrui, va preso atto che il suicidio rappresenta una delle più grandi tragedie delle società contemporanee, e coinvolge tutte le democrazie europee.
Secondo Eurostat e l’Organizzazione mondiale della sanità, nell’Unione europea il tasso medio di suicidi è di circa 10-11 casi ogni 100.000 abitanti. L’Italia, con circa 6-7 casi ogni 100.000 abitanti, continua a collocarsi tra i Paesi con l’incidenza più bassa, mentre Belgio, Francia e numerosi Paesi del Nord e dell’Est Europa registrano valori significativamente superiori.
Anche tra il personale in uniforme il fenomeno non conosce frontiere. In Francia, dopo il forte aumento dei suicidi tra Police nationale e Gendarmerie, il governo ha rafforzato i programmi di sostegno psicologico senza mettere sotto accusa la Gendarmerie o le proprie scuole militari. Nel Regno Unito il Ministero della Difesa pubblica annualmente statistiche sui suicidi nelle Forze armate per migliorare la prevenzione, non certo per delegittimarle. Nelle istituzioni europee e nelle amministrazioni pubbliche dei principali Stati membri sono stati progressivamente introdotti programmi permanenti di prevenzione del rischio psicosociale, nella consapevolezza che il disagio può manifestarsi in qualsiasi ambiente di lavoro. E che, al riguardo, non si fa mai abbastanza.
Una dolorosa esperienza alla Commissione europea
Lo affermo anche sulla base di una dolorosa esperienza professionale.
Quando ero appena giunto a dirigere l’Unità Risorse Umane della Direzione Generale Mercato Interno, Industria ed Imprenditoria della Commissione europea, fui costretto a gestire il seguito del suicidio di un funzionario della Direzione Industria spaziale e Galileo, che si gettò dalla finestra del proprio ufficio.
Era padre di quattro bambini, percepiva uno stipendio più che dignitoso ed era molto apprezzato dai colleghi. Si disse che soffrisse per non essere riuscito a ottenere una promozione al livello dirigenziale di capo unità, ma nessuno poté mai affermare con certezza quale fosse stata la vera causa del suo gesto.
Fu un’esperienza umanamente devastante.
La Commissione europea dispose un’inchiesta interna anche perché, poco prima che io ricoprissi l’incarico, era stata realizzata una profonda riorganizzazione della Direzione generale, con inevitabili ripercussioni, anche emotive, sul personale. Parallelamente, psicologi specializzati lavorarono a lungo con i colleghi e superiori gerarchici, molti dei quali si sentivano colpevoli per non aver colto alcun segnale premonitore. Gli esperti ci spiegarono una lezione che non ho più dimenticato: il suicidio è spesso un mistero imperscrutabile. Molto spesso non lascia segnali riconoscibili neppure alle persone che vivono ogni giorno accanto a chi soffre.
Il caso di Aurora e il mistero del suicidio
Ed è quanto mi ha confermato a proposito di Aurora uno psichiatra militare oggi in congedo. “Il suicidio in chi teme di fallire in un obiettivo per cui ha impegnato tutte le sue forze, con tanto di coinvolgimento di familiari e persone care, purtroppo non è una novità, alcune volte può apparire come l’unico modo che sembra disponibile per uscire da una situazione oramai insostenibile. A meno di messaggi inequivocabili (non conosco la vicenda della povera ragazza), probabilmente non sapremo mai esattamente come sia giunta alla sua determinazione”.
Per questo considero profondamente sbagliato, oltre che ingiusto, cercare un colpevole collettivo ogni volta che si verifica una tragedia.
Il rispetto dovuto ad Aurora e la difesa dello Stato
Le istituzioni hanno il dovere di interrogarsi sempre, di migliorare gli strumenti di prevenzione del disagio psicologico e di sostenere chi attraversa momenti di fragilità. Nella consapevolezza che, in materia, non si fa mai abbastanza, perché il rischio zero non esiste. Questo vale per la Guardia di Finanza, come per qualsiasi amministrazione pubblica o privata, civile o militare, in Italia come nel resto d’Europa.
Ma trasformare il dolore in un atto d’accusa preventivo contro una delle migliori scuole militari italiane – già dotata da tempo anche di centri di ascolto e supporto psicologico, oltre che spirituale – significa rendere un pessimo servizio alla verità.
Per questo non condivido le dichiarazioni di chi, come la senatrice Ilaria Cucchi (Avs), sembra anticipare giudizi che spettano esclusivamente agli inquirenti. Cercare la verità è un dovere. Alimentare processi mediatici e social contro un’intera istituzione, prima ancora che i fatti siano accertati, è vergognoso e ingiusto.
La memoria di Aurora merita rispetto. La sua famiglia merita rispetto. Lo meritano anche il comandante della Scuola e le migliaia di allievi e di istruttori che ogni giorno, con sacrificio e senso dello Stato, continuano a formare servitori della Repubblica. Sono certo che non saranno lasciati soli dalle Istituzioni, a cominciare dal vertice del Corpo.
Lo Stato deve pretendere la verità. Ma deve anche difendere, fino a prova contraria – e nonostante eventuali eccezioni personali che mai possono escludersi a priori, ma che ne confermerebbero soltanto la regola – l’onore delle proprie istituzioni. Perché delegittimarle senza prove non rafforza la giustizia: indebolisce lo Stato.
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