Oltre 450mila negozi sfitti, muore il welfare di strada
Il confronto al forum “inCittà 2026” a Bari il 29 e 30 ottobre prossimi segnerà uno spartiacque
Non è più la liturgia malinconica delle “serrande abbassate”. Per anni il racconto della crisi del commercio italiano è rimasto imprigionato in un cliché sentimentale: la fotografia seppiata della bottega storica costretta alla resa, il rimpianto passivo per la vita di quartiere perduta, l’accusa generica e fatalista all’algoritmo dell’e-commerce o ai colossi della grande distribuzione.
Una narrazione sterile
Alla fine, le evidenze sul campo impongono di ribaltare il tavolo. Non siamo davanti al tramonto poetico di un’epoca romantica, ma al dissesto sistemico di un’infrastruttura civica primaria e a una paralisi immobiliare che brucia ricchezza a ritmi insostenibili.
I numeri dell’indagine dell’Ufficio Studi di Confcommercio realizzata con l’Istituto Tagliacarne demoliscono qualsiasi indulgenza nostalgica. Entro l’anno i locali commerciali non utilizzati in Italia toccheranno quota 458mila, il 17% dell’offerta complessiva. Quasi un immobile su sei è un sepolcro sigillato.
A pagare il conto più salato il piccolo commercio non alimentare, che conta circa 172mila vetrine spente. In alcuni segmenti la ritirata assume i tratti della disfatta: nei negozi tradizionali di abbigliamento, calzature e articoli per la casa lo sfitto supera la soglia del 20%, tocca il 23% tra parrucchieri ed estetisti e sfonda addirittura il 34% nelle agenzie di viaggio.
Non è una fluttuazione ciclica
E’ una desertificazione capillare che morde con forza disomogenea, registrando i picchi più allarmanti al Sud con il 19,4% e nei piccoli comuni rurali o scarsamente popolati con il 18,7%, a fronte di un Nord-Est che si attesta al 13,8%. Nelle grandi città e nei centri intermedi la media dei locali vuoti si fissa invece attorno al 16%. Un dato apre uno squarcio inedito.
Tra il 2012 e il 2023, la permanenza media di un locale nello stato di inutilizzo è stata di 7,2 anni. Sette anni e due mesi, un congelamento a tempo indeterminato. Con un canone medio annuo stimato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare attorno ai 16mila euro a prezzi attuali, ogni negozio vuoto genera una perdita secca di 116mila euro lungo la sua agonia.
Una voragine da 53 miliardi di euro complessivi, 4,4 miliardi di euro mandati in fumo ogni dodici mesi. Il non-uso prolungato diventa una zavorra fiscale e patrimoniale, una trappola che svaluta l’intero contesto urbano circostante e impoverisce la vita delle comunità.
Muore il welfare di strada
Ma l’angolo d’attacco più dirompente risiede nella ridefinizione concettuale del negozio. Per Paolo Testa, responsabile Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio, la bottega di prossimità non può più essere considerata unicamente come una mera attività d’impresa privata: è una vera e propria infrastruttura civica indispensabile per l’esistenza della città.
È questa la tesi al centro del progetto “Cities”: una vetrina accesa non vende soltanto merci, ma garantisce una prestazione pubblica implicita. Assicura illuminazione passiva, presidio visivo, deterrenza contro il degrado e costruisce quella fitta trama relazionale che funge da welfare invisibile di quartiere per le fasce fragili e gli anziani.
Quando quella vetrina si oscura non chiude solo il cassetto dell’esercente: si spalanca una voragine di insicurezza e solitudine a carico dell’intera collettività. Per questo motivo, la soluzione non può più passare dalla consueta liturgia dei contributi a pioggia o dei micro-bonus per tenere artificiosamente in vita singole aperture destinate al fallimento. Sostenere l’offerta non serve se prima non si rigenera la domanda urbana.
Perché se un quartiere è privo di attrattività, di sicurezza e di qualità dell’abitare, nessun commerciante potrà salvarsi da solo. Perciò il presidente Carlo Sangalli chiede che il governo stanzi risorse adeguate ai Comuni affinché ogni centro attui un Piano d’Azione Territoriale. Il confronto al forum “inCittà 2026” a Bari il 29 e 30 ottobre prossimi, alla presenza di ministri, sindaci e vertici europei, segnerà questo spartiacque. Perché una città viva comincia sempre da una vetrina accesa.
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