Chiusa per eccesso di ribasso, i nodi in Sudamerica. In Italia intanto cala lo spread e negli Usa il tech si prende la scena tra esuberi Microsoft e l'Ipo di Anthropic
Lula vince e i mercati, invece di ballare la samba e festeggiare come fanno i leader di mezzo mondo (Brics più Europa) si incupiscono nella più fredda e devastante saudade. La sola prospettiva di altri quattro anni di presidenza socialista ha fatto tracollare la Borsa di San Paolo. Che, pronti via, ha perso il 17 per cento e ha chiuso per eccesso di ribasso. È partita, come una vera e propria raffica post-elettorale, un’ondata di sell-off. In pratica, gli investitori hanno iniziato a vendere, vendere e ancora vendere titoli e bond carioca. Che hanno traballato al punto da far chiudere la seduta, facendo scattare i meccanismi automatici di “spegnimento” delle contrattazioni.
Lula vince, la saudade dei mercati
Finita qui? Manco per sogno. Il real, la moneta brasiliana, ha perso quota sul dollaro. Che s’è apprezzato fino a raggiungere il controvalore di 5,6 real locali: un livello che non si registrava dall’ormai lontanissimo 1999. Quello è stato un picco, se preferite solo un antipasto. L’indice di rischio percepito è salito di 22 punti. E pensare che, al primo turno, quando la vittoria era arrisa a Flavio Bolsonaro, la Borsa di San Paolo era salita del 7,7%, superando i 206mila punti, un vero e proprio record. Tutto questo mentre il valore del dollaro, rispetto al real, scendeva, alla fine del primo turno elettorale, di oltre il quattro percento.
La speranza, per Lula e per i mercati, si chiama Geraldo. No, non quel vecchio e controverso presentatore tv americano che trasformava il suo studio in un ring. È Geraldo Alckmin, esponente moderato che per Graham Stock, Senior Sovereign Strategist di Rbc BlueBay, potrebbe rappresentare il volto utile a calmare le tensioni dei mercati. Sempre che sarà lui il ministro alle Finanze. Per Thierry Larose di Vontobel, il problema è tutto dentro le richieste degli investitori. Bolsonaro, con le sue promesse per una politica fiscale più rigorosa e di forti tagli alla spesa, rappresentava l’opzione gradita ai mercati. Per Lula, dunque, non rimane che “attuare un certo grado di consolidamento fiscale”. Ma gli investitori restano scettici.
Una partenza in salita
Anche se le prospettive legate al sell-off dei titoli brasiliani, a prescindere, non sembrano di lunghissimo periodo. La quarta presidenza di Inacio Lula parte, dunque, in salita. Il nodo sta tutto nelle politiche fiscali del governo. Le misure di Lula, dai 5mila reais offerti alle imprese fino all’azzeramento delle tasse sui carburanti, non hanno entusiasmato i mercati. Il debito pubblico ha raggiunto l’82 per prodotto interno lordo. E questi numeri finiranno per comportare un “repricing” sui titoli di Stato. Insomma, le spese rischiano di salire in una spirale che non sembra facilmente prevedibile.
Tra tagli (che non ci saranno) e incertezza
Flavio Bolsonaro, invece, si era presentato agli elettori con un programma di tagli molto importanti. Che, manco a dirlo, avevano mandato in brodo di giuggiole gli investitori, specialmente quelli internazionali. Ma il fatto che abbia perso, e con un distacco superiore a quello patito da suo padre Jair nelle ultime presidenziali a cui s’è presentato, rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco. È un problema anche, se non soprattutto, politico. Il fatto, per esempio, che Lula rischia di trasformarsi in un’anatra zoppa poiché la maggioranza del Parlamento guarda a destra. O la circostanza, non da poco, che lo stesso Bolsonaro abbia fortemente contestato il risultato elettorale. Insomma, tutti gli ingredienti utili a far divampare l’incertezza. La nemica numero uno dei mercati. E mentre il Brasile corre ai ripari e la Banca centrale viene coinvolta per trovare soluzioni a breve e medio termine allo scetticismo dei mercati, nel resto del mondo la giornata non è andata più così male.
Intanto Milano recupera e lo spread scende
A Milano, la Borsa ha recuperato poco meno dell’1,4% mentre lo spread è sceso fino a tornare a 115 punti base, segnando un calo importante del 6,76%. Una notizia che pare collegata a quelle più rinfrancanti che arrivano dalla Francia dove gli Oat scendono sotto il 5% del rendimento. Moody’s nel fine settimana ha salvato Parigi da una retrocessione che sembrava annunciata. Macron ringrazia. La giornata economica italiana, ieri, ha registrato una buona e importante notizia. In mattinata, infatti, anche la compagnia energetica Q8 ha ufficializzato che manterrà attivo il price cap sui prezzi dei carburanti fino alla fine dell’anno. Così come Eni, la misura sarebbe “scaduta” alla fine del mese. Un viaggio di Meloni in Medio Oriente, e un bilaterale cogli emiri, ha contribuito con ogni evidenza a sbloccare la situazione. Ora rimangono gli azeri di Ip e i libici di Tamoil. La palla rimane nel loro campo.
La giornata tech: l’Ipo di Anthropic e gli esuberi di Microsoft
Negli Stati Uniti, però, c’è stato tempo e spazio di parlare d’altro. Perché sui mercati, oltre all’energia e agli Stati e alle loro fibrillazioni atriali sui titoli, si parla sempre tanto di tech. Due notizie, contrastanti, hanno caratterizzato l’apertura delle contrattazioni. La prima, la più attesa: l’ipo di Anthropic, la cui documentazione è stata ufficialmente depositata a Wall Street. Resta l’ambiziosissimo obiettivo, per Dario Amodei, di rastrellare investimenti per (almeno) duemila miliardi di dollari. La seconda, meno attesa ma molto eloquente. Microsoft ha avviato un piano che punta a rivedere la sua pianta organica. Insomma, proporrà tagli per 60mila posti di lavoro. Non ci saranno, a quanto pare, licenziamenti diretti. Si privilegerà la via delle uscite volontarie. Il piano riguarderà Stati Uniti, India, Gran Bretagna e Canada. L’azienda proporrà, come ha scritto il vicepresidente Amy Coleman, un piano di incentivi.
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