I sindacati annunciano le mobilitazioni. Usb e Cobas prima, Cgil poi. Il prezzo delle agitazioni
Ci siamo appena ripresi (forse) dai blocchi stradali e dalle manifestazioni dei tir ed ecco che già riparte la grande stagione degli scioperi generali. Il primo è stato già proclamato dalla Cgil. Si terrà il 20 novembre prossimo. Si sa già tutto sui temi, e si sa pure che agli altri sindacati confederali, a cominciare dalla Cisl, l’iniziativa di Maurizio Landini e compagni non è piaciuta granché. Perché, alla fine, uno sciopero costa. Alla collettività, certo. Ma pure ai lavoratori che rinunciano a una giornata di salario. E che dovranno farlo sulla base di una mobilitazione annunciata senza nemmeno conoscere i dettagli relativi alla manovra che il governo intenderà presentare al vaglio del Parlamento. Ma uno sciopero generale, conoscendo la frizzantezza del mondo sindacale italiano, specialmente quello più a sinistra, è ancora poco.
Il calendario degli scioperi generali
E così un’altra astensione generale dal lavoro è stata indetta dall’Unione sindacale di base. Si prospetta un altro venerdì nero per il 30 ottobre, questo venerdì. Specialmente sui fronti della scuola e dei trasporti, locali e nazionali, della sanità privata e quella pubblica. L’Italia si blocca per protestare, come si legge nelle note che annunciano la mobilitazione “contro l’economia di guerra imposta dal governo Meloni, contro il carovita che sta strangolando la popolazione” e naturalmente “contro la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita”. Bene, benissimo. Peccato, però, che ogni sciopero abbia un costo. E che per il nostro Paese resti abbastanza salato.
Quanto ci costano le proteste
I conti di Conflavoro non sono recentissimi ma restituiscono un quadro affidabile della situazione. Nel Paese “con più scioperi al mondo”, le astensioni dal lavoro sono costate (dati 2025) qualcosa come 5,5 miliardi di euro. Costi che si potrebbero definire “diretti”. A cui, però, ne vanno sommati degli altri. E si tratta della perdita di produttività delle imprese che è collegato, per ovvie ragioni, al gettito fiscale che viene meno nelle casse dello Stato. Le aziende, pubbliche o private, perdono fino a poco meno di 2,5 miliardi in termini di produttività. E ciò comporta, per l’Erario, entrate mancati che oscillano da un minimo di mezzo miliardo fino a poco più di 800 milioni di euro. Tutto questo, naturalmente, per tacere di quanto incassano (in meno) gli stessi lavoratori a cui la giornata di astensione dall’impiego non viene pagata.
Un Paese bloccato
Non proprio una “furbata” mentre il carovita impazza e le famiglie si ritrovano a dover fare i conti con la fine del mese in maniera sempre più problematica. Se questi numeri sono imponenti, immaginatene il peso oggi. O venerdì. Il nostro Paese esce da una combo di blocchi stradali da un lato e clamorose (e violente, vedi a Bologna e Torino dopo i casi di Milano) proteste di piazza. Solo queste ultime, in termini di mancati incassi per i negozianti e di spese necessarie a difendere le vetrine dagli assalti dei vandali, sono già costate qualcosa come 14,4 milioni di euro, secondo i conti di Unimpresa.
Per quanto afferisce ai blocchi stradali dei tir, tentare una contabilità degli scioperi sembra operazione per cuori forti. Basti pensare che interi comparti produttivi, come quello della mozzarella di bufala, si son fermati. Che gli agricoltori della quarta gamma, come è accaduto nel Salernitano, hanno deciso di regalare insalata in busta agli automobilisti pur di non doverla buttare. Che interi stabilimenti industriali, come quello Stellantis ad Atessa in Abruzzo, si son dovuti fermare. A fianco a questo, occorrerà considerare qualche rincaro, specialmente nel comparto del fresco, che già inizia qua e là a far capolino tra gli scaffali che vanno ripopolandosi dopo una settimana ad altissima tensione nel Sud Italia.
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