Cannes, perché il cinema italiano è rimasto a casa?
Non succedeva dal 2017. Una "macchina" cui non viene più riconosciuto il guizzo d'autore
Thierry Fremaux
Il verdetto della giuria di selezione del Festival di Cannes 2026 è arrivato come una doccia gelata: nella lista dei film in concorso per la Palma d’Oro, la casella del cinema italiano è rimasta vuota.
Non succedeva dal 2017 che la nostra cinematografia venisse completamente ignorata dalle sezioni principali. È un semplice incidente di percorso o il segnale di una crisi d’identità più profonda?
Il “gran rifiuto”: i grandi assenti e le delusioni
Mentre la Francia celebra i suoi autori e l’Oriente domina con nuove visioni, l’Italia osserva dal divano. Eppure, le aspettative erano alte. Si mormorava del nuovo lavoro di Nanni Moretti, dato per quasi certo, ma pare che il montaggio non fosse pronto o che il film non abbia convinto la direzione artistica. Anche le nuove leve, quelle su cui l’Italia punta per il ricambio generazionale, non hanno superato lo sbarramento.
Thierry Frémaux, il “capostazione” di Cannes, ha cercato di gettare acqua sul fuoco: “Amiamo il cinema italiano, è solo una questione di tempistiche”. Ma dietro la diplomazia si nasconde un’amara verità: i selezionatori quest’anno hanno cercato coraggio e sperimentazione, qualità che forse il nostro cinema attuale, spesso ancorato a modelli rassicuranti o eccessivamente intimisti, non ha saputo offrire.
Le reazioni: tra rabbia sociale e difesa d’ufficio
In Italia la polemica è divampata istantaneamente. Sui social, i critici si dividono.
I pessimisti dicono: “Produciamo troppo e male. I finanziamenti a pioggia hanno ucciso la qualità a favore della quantità”
.
I difensori: “Cannes è sempre stata francocentrica. Ci rifaremo a Venezia, dove il cinema italiano gioca in casa e con regole diverse”.
Gli addetti ai lavori, in impasse. Molti produttori lamentano un mercato internazionale sempre più competitivo, dove non basta più il “marchio Italia” per essere ammessi nel club dei grandi.
La “spia” di un problema strutturale
L’assenza italiana è la spia di un cortocircuito. Se da un lato Cinecittà è piena di produzioni internazionali (molti film a Cannes sono stati girati a Roma con maestranze italiane), dall’altro la scrittura sembra essersi inaridita. Siamo diventati ottimi esecutori ma meno capaci di raccontare storie che parlino al mondo intero.
Manca quel “guizzo” universale che ha reso celebri i Sorrentino o i Garrone. Il rischio è di restare confinati in un mercato domestico, producendo commedie o drammi che fuori dai confini nazionali non interessano a nessuno.
Aspettando Venezia
Il festival di Cannes 2026 passerà alla storia come l’anno del grande assente. Tuttavia, questo “schiaffo” potrebbe essere la scossa necessaria per svegliare un sistema che si è forse adagiato sugli allori. La palla passa ora alla Mostra del Cinema di Venezia: sarà lì che l’Italia dovrà dimostrare di non aver perso la sua voce, ma di averla solo tenuta in caldo per l’appuntamento d’autunno.
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