Quando la violenza giovanile è un contenuto: generazione Rec
Una generazione che sta ridefinendo il concetto di violenza, trasformandola da atto impulsivo a contenuto esibito
Generazione “Rec”: quando la violenza giovanile diventa un contenuto. Un termine rimbalza da anni tra le cronache di metropoli e periferie e i feed di TikTok.
Violenza giovanile: a che punto siamo?
Un termine che sa di strada ma anche di una preoccupante fragilità: “pischelli”. A loro si è rivolto il rapper Gemitaiz dal palco dello Shock Wave Festival di Francavilla al Mare.
Non per incitarli ad una sia pur minima responsabilità neutra, ma per insultare le forze dell’ordine impegnate in controlli antidroga. «Mi dispiace che ‘ste merde vengano a cagare il cazzo ai pischelli», ha urlato tra gli applausi, rivendicando una sorta di zona franca dove la legge è un’intrusione e il “cane” (solo l’unità cinofila?) il nemico da segnalare.
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Non solo malcostume da backstage
E’ il frame perfetto per inquadrare i dati dell’ultima indagine ESPAD®Italia 2025 diffusi dal Cnr. Se il palco diventa il luogo della sfida istituzionale, la platea è composta da una generazione che sta ridefinendo il concetto di violenza, trasformandola da atto impulsivo a contenuto esibito.
I dati, una doccia fredda: oltre quattro studenti su dieci (il 43,4%, più di un milione di ragazzi tra i 15 e i 19 anni) hanno agito o subito comportamenti violenti nell’ultimo anno. Ma il dato che ribalta il piano dei fatti negli ultimi otto anni è quello della violenza “guardata”.
Nel 2025, fino a 332mila studenti hanno assistito a scene di violenza giovanile filmate con il cellulare o le hanno riprese in prima persona. Il valore più alto mai registrato, più del doppio rispetto al 2018. Se non è una progressiva normalizzazione della violenza come spettacolo, cosa è?
Non si partecipa più solo alla rissa -comportamento che, paradossalmente, è in leggero calo rispetto al passato-, ma si cerca il “momento clou” da dare in pasto all’algoritmo.
La violenza offline è più diffusa di quella cyber
Il confine è ormai poroso: si colpisce dal vivo per esistere online. Dalla spinta alla minaccia, la gravità cresce. Ciò che rende drammaticamente attuali e indispensabili le recenti misure di “stretta” sui minori, la mutazione della qualità della violenza.
Non si tratta più solo di zuffe tra coetanei. Gli indicatori ad alta criticità sono quasi triplicati dal 2018 al 2025. Gli studenti che ammettono di aver colpito un insegnante sono passati dall’1,2% al 3,6%, mentre quelli che hanno usato un’arma per minacciare qualcuno sono balzati all’1,4% al 3,5%.
In questo contesto, l’appello di un artista che definisce “merde” l’intervento degli agenti, benzina sul fuoco di un disagio che trova nella violenza contro l’autorità una valvola di sfogo.
Cosa fare?
La violenza, ricorda Sabrina Molinaro (Cnr-Ifc), si concentra dove le relazioni si incrinano: tra chi ha rapporti difficili con i genitori (43,1%) o con gli insegnanti (48,1%). E così, mentre la politica si interroga su come arginare efficacemente il fenomeno, il “pop” continua a correre su binari opposti.
L’appeal di chi aizza i “pischelli” dal palco fa leva su un senso di appartenenza che si nutre di contrapposizione. Il rischio, che la più concreta risposta dello Stato finisca per alimentare quel racconto di “noi contro loro” che tanto piace a certi artisti e ai loro follower.
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La sfida, suggerisce il Cnr, pure nella ricostruzione di competenze emotive e digitali. Perché finché un pischello crederà che filmare una rissa o insultare un poliziotto sia l’unico modo per sentirsi “molto meglio”, i numeri continueranno a segnare nuovi, tragici record.
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