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Berlino, l’attentato al Pride e le capriole ideologiche di chi non vuol vedere

Sull'attentato al Pride di Berlino la sinistra sceglie la solita acrobazia: pur di non dire "jihadismo", ci si rifugia nell'ormai passe-partout antifascista

di Anna Tortora -


L’attentato al Pride di Berlino e il teatrino delle piazze a senso unico

Un furgone lanciato sulla folla al Gay Pride di Berlino, il sangue sull’asfalto e l’attentatore ucciso dalla polizia dopo uno scontro a fuoco. La dinamica è drammaticamente lineare: un atto di terrore firmato da un fondamentalista islamico, nato e cresciuto in Germania, peraltro già ampiamente noto alle forze dell’ordine. Un fatto di cronaca brutalmente chiaro, che dovrebbe imporre riflessioni serie sulla sicurezza e sui fallimenti dell’integrazione in Europa. E invece no.

Assistiamo ormai al consueto teatrino delle piazze a senso unico: profusione di cortei e giaculatorie garantiste ogni qual volta un cittadino extracomunitario finisce nelle maglie della giustizia — persino di fronte a curriculum criminali di tutto rispetto —, laddove cala un silenzio d’ordinanza a parti inverse.
È proprio l’ipocrisia di questo doppio peso e doppio schema (unita alla sensazione che la sicurezza sia diventata un optional ) a spingere gli elettori tra le braccia della Destra. Inutile poi stracciarsi le vesti se nei sondaggi volano i partiti della tolleranza zero: la gente non è diventata improvvisamente estremista, è semplicemente stufa di vedere la realtà negata per fare piacere all’ideologia.

La piroetta concettuale di Ilaria Salis

In questo quadro già grottesco si inserisce il vero e proprio capolavoro di acrobazia verbale firmato da Ilaria Salis, che affida ai social queste parole:
“Massima solidarietà alle vittime dell’orrendo attentato al Pride di Berlino.
Le dinamiche dell’attacco e le responsabilità sono ancora da accertare. Però sappiamo che, in generale, il fanatismo religioso e l’estrema destra condividono lo stesso odio e la stessa intolleranza nei confronti della comunità LGBTQI+.

Non possiamo permettere che questo odio oscurantista, di diversa matrice ma in fondo così simile, trovi spazio nelle nostre società.
L’antifascismo per me è anche questo: difendere sempre il diritto di ciascuno a essere sé stesso, ad amare chi ama e a vivere in libertà, senza paura né sotto il peso dei pregiudizi.”
Di fronte a un attacco di matrice jihadista, la prima preoccupazione è stata dunque quella di mettere le mani avanti sul fatto che le responsabilità fossero “ancora da accertare”. Un’improvvisa quanto comoda cautela, spazzata via un secondo dopo dal consueto riflesso condizionato: equiparare il fanatismo religioso all’estrema Destra perché “condividono lo stesso odio”, virando a rotta di collo sulla solita, rassicurante litania antifascista.

Una piroetta concettuale quasi comica, se non si consumasse sulla pelle delle vittime. Pur di non pronunciare le parole “estremismo islamico” e non ammettere il corto circuito di certi modelli multiculturali, si preferisce rifugiarsi nello slogan da salotto. Il risultato? Una satira involontaria che si commenta da sola, mentre la realtà, fuori dai social, continua a bussare alla porta dell’Europa.

Quando la realtà supera l’ideologia (e la travolge)

Superato un certo limite, l’acrobazia retorica smette di essere politica per trasformarsi in pura arte drammatica, o forse comica. Mettere sullo stesso piano un’esecuzione jihadista e le insidie della Destra nostalgica serve a una sola cosa: preservare intatta la propria bolla ideologica. Parlare di “antifascismo” per commentare un furgone lanciato sulla folla da un estremista islamico equivale a invocare l’antidoto sbagliato mentre la casa va a fuoco, convinti che l’importante sia far combaciare la narrazione con i propri slogan preferiti.

Resta una narrazione rassicurante per chi la scrive, certo, ma tragicamente sorda al dolore reale e alle minacce concrete. Fintanto che la priorità della politica sarà edulcorare la realtà per non scontentare il dogma ortodosso del politicamente corretto, le risposte ai cittadini rimarranno esattamente queste: pirouette verbali, emoticon colorate e una desolante, irrimediabile lontananza dal mondo reale.

Il prezzo del paraocchi

La tragedia di Berlino impone verità e fermezza, non la solita caccia al capro espiatorio d’ordinanza per evitare parole scomode. Continuare a ignorare la radice dei problemi pur di difendere un’impalcatura ideologica non fa che alimentare la sfiducia dei cittadini verso chi dovrebbe rappresentarli. Finché l’unico schema interpretativo rimarrà quello dello slogan prêt-à-porter, la realtà continuerà a presentare il conto. E a pagarlo, purtroppo, non saranno mai i commentatori da salotto.

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