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Attualità

Cittadini in piazza contro le sentenze shock

Si parte dal caso di Rozzano per ripercorrere i casi di cronaca, di violenza che troppo spesso vengono liquidati con troppa leggerezza da sentenze shock e da cittadini sempre più abbandonati.

di Ettore Politi -


Rozzano è diventata in pochi giorni la “Caivano del Nord”. Tutto risolto. Almeno a livello mediatico.

Per carità, nessuno osi dire che in Italia una buona parte della popolazione, sgomenta, manifesta il proprio disappunto civilmente e a bassa voce. Il malumore sociale sembra rivolto proprio contro quei giudici che emettono sentenze che nessuno si aspetterebbe mai.

Una catena, non un caso

Il racconto dei media sul caso Rozzano ha infatti un difetto di fondo: tratta l’accaduto come un cortocircuito locale, da archiviare con una condanna morale e un’informativa in procura.

Non è così. Rozzano è soltanto l’anello più rumoroso e visibile di una catena che le cronache registrano da mesi, ogni episodio nel suo angolo di pagina. Nessuno li ha messi in fila. Facciamolo, citando solo alcuni casi.

Rozzano, la scintilla

Una donna di 40 anni viene aggredita mentre cammina. Il presunto aggressore, un 24enne marocchino, viene riconosciuto e picchiato dai passanti. Il passaparola fa il resto: “Ora basta”.
La consueta scena – gang di extracomunitari e clandestini con spranghe, coltelli o machete in mano che minacciano e aggrediscono passanti e poliziotti – si ribalta.
Due magrebini vengono “puniti”: uno è preso a calci e pugni davanti ai carabinieri da due fratelli con precedenti penali.
L’ipotesi di reato: percosse aggravate dall’odio razziale.

Due pesi, due misure

La stampa si è fermata lì, come se la presenza di due pregiudicati bastasse a spiegare tutto e a squalificare tutti.
Ma se i due uomini marchiati come pregiudicati sono liberi, vuol dire che hanno scontato la loro pena.

Ed è qui che la piazza pone la domanda che nessuno vuole sentire: perché tanto rigore giudiziario, sempre più spesso, non vale per lo straniero irregolare con alle spalle numerose denunce e condanne mai scontate?

Torino, la rabbia cieca

Torino, Madonna di Campagna. Un giudice scarcera il gestore bengalese di un minimarket accusato di violenza sessuale su una tredicenne. Scatta la reazione popolare contro la decisione. Una dozzina di persone entra in un altro negozio e minaccia il titolare, scambiandolo per l’indagato.

È l’episodio che spiega meglio di ogni altro perché la giustizia fai-da-te è sbagliata: non accerta, non distingue, colpisce alla cieca. Ma spiega anche da dove nasce la rabbia: una decisione percepita come ingiusta, sul nervo più scoperto di ogni comunità. La sicurezza dei figli e della propria famiglia.

Da Genova a Roma

Genova, San Fruttuoso. Un diciassettenne nordafricano, ospite di una comunità per minori stranieri, viene accerchiato e picchiato. Per gli investigatori è una spedizione punitiva. Indaga la Digos. I grandi organi di informazione non approfondiscono…

San Benedetto del Tronto, luglio. Un imprenditore viene ripreso mentre usa la forza contro un iracheno che blocca la strada. La Procura di Ascoli apre un’inchiesta. Silenzio stampa!

Roma, metro A. Quattro youtuber stranieri vengono denunciati per una maxirissa contro due presunti borseggiatori minorenni. Il questore di Venezia ha definito questi giustizieri social – non i borseggiatori – un pericolo per l’incolumità pubblica.

Le voci della piazza

Chi scende in piazza? Ascoltiamoli. “Se sei italiano e violi il codice penale, la paghi cara. Per gli stranieri che aggrediscono, rapinano, violentano, alcuni giudici scoprono una incredibile comprensione”.

A parlare non è un violento, ma un uomo esasperato: “Sono un impiegato pubblico, non so nemmeno come si dia un pugno. So solo che a mio figlio hanno preso scarpe, zaino e trenta euro. Poi l’hanno massacrato di botte”. “È un bollettino di guerra. Vuole che continui?”.

Non sono picchiatori. Sono collezionisti di ingiustizie. Prigionieri in casa propria. E sanno che una parola di troppo contro un magistrato può costare una denuncia.

Il patto che si spezza

Messi in fila, questi episodi raccontano un’altra storia. Non si tratta di razzismo spontaneo, ma forse di una reazione contro chi fa paura. E di sfiducia verso scarcerazioni incomprensibili, espulsioni decretate e mai eseguite, condanne rimaste sulla carta.

Quando i cittadini più miti, quelli che non hanno mai alzato le mani, cominciano a pensare che “qualcuno dovrebbe fare qualcosa”, il problema non è più di ordine pubblico. È il patto tra cittadini e Stato che si sta spezzando.

La risposta non può essere la ronda di quartiere, né la piazza che picchia, né la gogna contro un giudice. Quelle piazze, nel modo peggiore, chiedono la cosa più elementare: una legge davvero uguale per tutti.

Se l’istituzione giudiziaria dello Stato italiano non darà risposte credibili, qualcun altro si sentirà in diritto di darle al posto suo. Ed è la risposta sbagliata.

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