Come “sta” l’acqua? L’Italia dei fiumi “pigri” e la Sardegna “isola del tesoro”
La mappa tracciata dall’Ispra, un monito e una speranza. Il miglioramento è possibile, i segnali positivi ci sono, l’Italia ha tutte le carte in regola per trasformare le proprie criticità in opportunità di innovazione
In Italia, l’acqua che non vediamo è quella che, per ora, ci salva. Nel quadro che analizza la salute idrica dello Stivale c’è un Paese che non tutti si aspettano, capace di ribaltare i pregiudizi geografici e di posizionarsi come avamposto della sostenibilità europea.
Il Rapporto Ispra
Mentre gran parte della penisola combatte una battaglia silenziosa contro l’inquinamento dell’acqua dei fiumi e il degrado dei laghi, la Sardegna emerge dalle pagine dell’ultimo Rapporto Ispra come la protagonista assoluta in Italia di un successo ambientale inaspettato.
Non si tratta solo di una nota a margine, ma del cuore di una narrazione che vede l’isola dominare le classifiche per lo stato ecologico elevato, specialmente nelle sue acque marino-costiere e di transizione. È qui che il 43% del territorio italiano trova il suo riscatto, grazie a una gestione dei corpi idrici fluviali che raggiunge vette di eccellenza pari al 76% cento del totale.
Sardegna “isola del tesoro”
La Sardegna diventa così il punto di riferimento, una sorta di “isola del tesoro” in un mare di incertezze, capace di staccare nettamente i distretti delle Alpi Orientali e dell’Appennino Centrale, che pur difendendosi bene si fermano a un più modesto 43% di fiumi in stato buono.
Questa distribuzione della qualità dell’acqua in Italia non è però uniforme e racconta molto delle pressioni a cui sottoponiamo il nostro territorio. Se la Sardegna brilla, il resto d’Italia riflette le cicatrici di un modello di sviluppo che ha spesso ignorato la fragilità degli ecosistemi idrici superficiali.
I fiumi “pigri”
E’ l’Italia dei fiumi che potremmo definire “pigri”. Pur non essendo “spacciati”, sembrano incapaci di scuotersi di dosso il peso dei sedimenti che gravano l’acqua e dell’inquinamento diffuso. Sono fiumi che non corrono più, frenati da una chimica pesante e da una struttura fisica che ne ha spento la naturale vitalità rigenerativa.
Corsi d’acqua stanchi, appesantiti da nutrienti agricoli e barriere artificiali che ne frenano il respiro ecologico. Mentre il mondo sotterraneo corre, la superficie resta in un limbo, una terra di mezzo che attende lo scatto decisivo.
Su oltre 7mila e settecento corpi idrici monitorati tra fiumi, laghi e zone costiere, il quadro che emerge è quello di una nazione spaccata a metà. La superficie, quella che vediamo scorrere sotto i nostri ponti o che ammiriamo durante le vacanze, è la parte più esposta e ferita.
Qui l’agricoltura intensiva, gli scarichi urbani non sempre adeguatamente trattati e le modifiche fisiche agli alvei dei fiumi agiscono in Italia come un freno costante al raggiungimento degli obiettivi europei per l’acqua. È una sfida contro il tempo che vede il 56% delle acque superficiali ancora lontano dall’eccellenza, un dato che stride con la bellezza dei nostri paesaggi e che ci impone una riflessione urgente sulla necessità di cambiare rotta entro il 2027, traguardo ultimo fissato dalla Commissione Europea per la salute dei nostri ecosistemi acquatici.
Il “mondo di sotto”
Tuttavia, la vera sorpresa del rapporto Ispra risiede nel contrasto tra la superficie e il mondo sotterraneo, una sorta di “mondo di sotto”, una realtà parallela. Mentre i fiumi faticano a depurarsi, le nostre falde acquifere mostrano una resilienza che ha dell’incredibile. Circa l’80% dei corpi idrici sotterranei è in uno stato quantitativo buono, un dato che descrive un’Italia sotterranea ancora ricca e capace di rigenerarsi nonostante la pressione dei prelievi antropici.
Questa distribuzione delle risorse è la nostra assicurazione sulla vita. Quasi mille corpi idrici sotterranei formano una rete invisibile che sostiene l’agricoltura, l’industria e il consumo domestico. Un patrimonio immenso che, a differenza dei fiumi, riesce a proteggersi meglio dalle aggressioni esterne, anche se lo stato chimico ci ricorda che il 70% di purezza non è ancora un traguardo definitivo e che il rischio di contaminazioni profonde resta una minaccia latente.
La salute dell’acqua è la nostra salute
Il passaggio verso il quarto ciclo di gestione della Direttiva Quadro sulle Acque si configura quindi come una missione di riconciliazione tra questi due mondi. La distribuzione delle acque in Italia non è solo una questione di chilometri o di metri cubi, ma di qualità del monitoraggio. Il fatto che il numero di corpi idrici in stato sconosciuto sia crollato drasticamente rispetto agli anni passati è la prova che la scienza italiana sta finalmente accendendo la luce negli angoli più bui del nostro territorio.
Per la presidente Ispra Maria Alessandra Gallone, la tutela della salute dell’acqua è indissolubilmente legata alla nostra. Ridurre le pressioni, specialmente quelle diffuse derivanti dalle attività umane, non è più un’opzione burocratica ma una scelta strategica per garantire la sopravvivenza economica e ambientale del Paese in un’epoca di cambiamenti climatici estremi.
E’ il momento di agire
In questo scenario, il modello sardo e la forza delle riserve sotterranee indicano la strada da seguire. La sfida del 2027, una responsabilità condivisa che ci chiede di guardare all’acqua non più come a una risorsa infinita da sfruttare, ma come a un organismo vivente da curare. La mappa tracciata dall’Ispra, un monito e una speranza. Il miglioramento è possibile, i segnali positivi ci sono, l’Italia ha tutte le carte in regola per trasformare le proprie criticità in opportunità di innovazione.
Investire nella prevenzione, nel monitoraggio costante e in una gestione integrata della risorsa idrica significa proteggere il bene più prezioso che abbiamo, assicurando che l’oro blu continui a scorrere pulito e abbondante, sia sotto i nostri piedi che davanti ai nostri occhi. Il tempo dell’indifferenza è finito. Ora è il momento di agire con la stessa forza e limpidezza dell’acqua che dobbiamo proteggere.
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