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Politica

Remigrazione, l’illusione del tabula rasa

di Alessandro Scipioni -


​Esiste un marketing della bacchetta magica che, a seconda del momento elettorale, fa apparire soluzioni pronte all’uso per traumi complessi.

Da una parte, il progressismo da salotto ha cercato di curare l’inverno demografico europeo con la più scellerata delle terapie, la sostituzione etnica, l’idea bislacca di poter rimpiazzare gli autoctoni con i figli degli altri, come se una società fosse un magazzino merci in cui basta rimpinguare le scorte. Dall’altra parte, per reazione, oggi si fa strada il feticcio della remigrazione. Uno slogan suggestivo, certo, ma che rischia di rivelarsi un inganno generale se spacciato come la panacea di tutti i mali d’Europa.

​Intendiamoci, se oggi si parla di remigrazione è perché la gestione dei flussi è fallita sotto i colpi del buonismo e di un sistematico cedimento culturale. Perché l’Islam politico e aggressivo è stato fatto entrare in casa nostra. Perché per le strade scorre il sangue delle nostre figlie e dei nostri figli. Le frontiere vanno presidiate, se necessario anche con misure estreme, perché uno Stato che non controlla chi entra, cessa di essere uno Stato. Ma la risposta al caos non può essere il ritorno a un determinismo biologico primordiale.

​Ritenere che l’appartenenza a una comunità si fondi esclusivamente sulla genetica è un errore concettuale prima ancora che morale. Se mi lasciassi ammaliare da certe chimere sarei uno di quelli che scandisce lo slogan deprecabile “non ci sono negri italiani”. La deriva di chi non fa cultura: fa rumore. E non serve essere arruolati nelle truppe del politicamente corretto per provarne indignazione; basta avere il senso della Storia. L’italianità non è un codice genetico inscritto nel DNA, ma una consapevole scelta culturale.

Se un italiano emigra negli Stati Uniti, ne studia la storia, ne mastica la lingua, supera l’esame di cittadinanza e giura sulla Costituzione di Washington, quel cittadino diventa a tutti gli effetti un americano. Un italo-americano, certo, ma un americano. Il carattere e l’adesione ai valori formano la nazione, non il colore della pelle.

​Il vero dramma europeo è che abbiamo preteso di integrare gli altri dopo aver completamente demolito noi stessi. Come possiamo chiedere a chi arriva di rispettare la nostra cultura se noi stessi abbiamo smesso di conoscerla, o peggio, abbiamo iniziato a vergognarcene?

Oggi l’orgoglio nazionale è sotto scacco. Le nuove generazioni crescono senza radici e si è arrivati al paradosso per cui esporre il tricolore viene etichettato come un rigurgito fascista. Siamo una civiltà che si autocensura, incapace di fare indottrinamento sano e fiero delle proprie origini.

​La via d’uscita richiede il coraggio del buon senso, non l’emotività della paura. È innegabile che esistano culture radicalmente incompatibili con i nostri valori secolari . Per questo la cittadinanza non può essere un regalo di benvenuto, ma un privilegio da concedere col contagocce. E, soprattutto, un privilegio revocabile.

​Applichiamo la massima fermezza! I clandestini e i delinquenti vanno rispediti indietro rapidamente, se necessario anche con la scorta armata. Chi tradisce il patto sociale commettendo reati deve perdere lo status acquisito ed essere espulso senza indugi. Al contempo, dobbiamo saper proteggere chi è un autentico rifugiato, magari in fuga da regimi teocratici e illibertari.

​Ma parlare di deportazioni di massa indistinte, che colpiscano anche chi rispetta le leggi, lavora e ha scelto l’Italia nel cuore e nei fatti, è un’aberrazione. Giudicare gli uomini dal ceppo d’origine e non dalla qualità delle loro azioni e del loro carattere significa rinnegare la civiltà giuridica occidentale. Difendiamo i confini, riprendiamoci la nostra storia e applichiamo la legge con pugno di ferro.

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