Cyberbullismo a Sassari: preso di mira un ragazzino di 11 anni
Sassari, pochi giorni fa un bambino di undici anni viene aggiunto a un gruppo WhatsApp da un compagno di palestra. In pochi minuti riceve 500 messaggi: audio, immagini, frasi oscene, minacce di pestaggio e insulti alla famiglia. Qualcuno ha costruito una storia falsa su di lui e su quelle bugie ha acceso l’odio di un intero gruppo.
Una serata come tante
Il minore era in camera sua. Il giorno dopo c’era scuola. Una di quelle sere che possono essere archiviate sotto la voce di “normali”. Poi arriva una notifica. Un compagno di palestra aggiunge il ragazzino a un gruppo WhatsApp. Non conosce quasi nessuno. “La prima cosa che ha scritto è stata: perché mi avete messo qui? Sembrava una cosa innocua”, racconta il padre. “Dopo pochi minuti è diventato un incubo. Parole che un adulto farebbe fatica a reggere, figuriamoci un bambino di undici anni”.
In venti contro uno
Cinquecento messaggi. Audio, immagini, frasi oscene, minacce di pestaggio, attacchi alla madre e anche al padre. Il bambino era pallido in faccia. Chiede all’amico che lo ha aggiunto perché tutti lo vogliano picchiare. L’amico risponde che non c’entra niente – fino a poche ore prima era tra i più attivi nella chat-. “Abbiamo preso il telefono e abbiamo iniziato a leggere”, dice il padre. “È stata un’ora lunghissima, scioccante”.
Famiglie “normali”
“Alle 22 il telefono si blocca per le regole impostate. Noi avevamo messo dei limiti, pensavamo di aver fatto il nostro dovere. Non sapevamo che in quell’ora fosse successo tutto questo. Hanno costruito una storia falsa e su quella hanno acceso l’odio. Lo hanno messo nel mirino. Letteralmente”, racconta il padre. La reazione della famiglia è stata più lucida di quanto ci si possa aspettare: nessuna denuncia immediata, prima dovevano capire, parlare con gli altri genitori e mostrare loro cosa avevano scritto i figli. Non tutti hanno avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà. Ragazzini qualunque, figli di gente normale, capaci di trasformare una chat in un tribunale dell’odio e in una gogna ingiustificata.
Le leggi in Italia
L’Italia non è ferma sulla sempre più dilagante forma di bullismo online. La Legge 71 del 2017 ha dato per la prima volta una definizione giuridica del cyberbullismo, coinvolgendo scuole, famiglie e istituzioni. Poi con la Legge 70 del 2024 si sottoscrivono “Disposizioni e delega al Governo in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e cyberbullismo”.
Da quella legge è nato il Decreto Legislativo 99 del 2025, in vigore dal 16 luglio 2025: rafforza il numero di emergenza 114, introduce supporto psicologico e giuridico per le vittime, richiama la responsabilità civile dei genitori per i danni causati dai figli online. Nel nostro Paese quasi il 20% dei ragazzi di 11 anni ha subito atti di bullismo; il cyberbullismo colpisce il 21% delle ragazze della stessa età.
Cyberbullismo a Sassari: bisogna guardare in faccia la realtà
“Controllate gli smartphone dei vostri figli, non lasciateli soli”, dice il padre del ragazzino di Sassari. “Non pensate che certe cose succedano solo agli altri. Può bastare un’ora dentro una chat per distruggere un ragazzo. In quella chat non c’erano adulti, non c’erano sconosciuti: c’erano ragazzi che la mattina dopo si sono seduti nei banchi di scuola come se nulla fosse”. I ragazzi fanno quello che gli adulti insegnano loro -o quello che non gli hanno insegnato a non fare -. Il ragazzino bullizzato, prima o poi tornerà in classe. Probabilmente siederà vicino a qualcuno che ha partecipato a creare quella vergognosa chat. E nessuna circolare ministeriale, o provvedimento scolastico renderà quel banco meno pesante da occupare, perché quello che succede in una chat non rimane lì. Entra nella testa, si deposita e si trasforma in ansia lavorando soprattutto di notte. E per alcuni non finisce con il telefono che si blocca alle 22. Ci sono ragazzini che per le stesse dinamiche capitate all’undicenne di Sassari si sono tolti la vita. Il cyberbullismo può uccidere, e continuare a trattarlo come una questione di “leoni da tastiera” è un ridimensionamento che una società responsabile non può permettersi.
Quel bambino di undici anni ha avuto la fortuna di avere genitori che hanno guardato, osservato e agito. Non tutti ce la fanno. E non tutti i ragazzi hanno il tempo di aspettare che qualcuno si accorga della loro sofferenza.
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