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Politica

Dall’assenza di Salvini a Ilaria Salis che vorrebbe abolire la parata del 2 giugno

di Eleonora Manzo -


L’assenza di Matteo Salvini alla parata del 2 giugno non poteva passare inosservata. Troppo forte il valore simbolico della giornata, troppo evidente il peso politico di un vicepremier che manca proprio nel momento in cui le istituzioni sono chiamate a mostrarsi compatte, unite, presenti. La motivazione ufficiale, fatta circolare dal suo entourage, parla di impegni al ministero legati al rischio scioperi nei trasporti. Formalmente basta. Politicamente molto meno.

Il punto, infatti, non è solo dove stesse Salvini. Il punto è che questa assenza avviene in un momento in cui il leader leghista sembra voler battere una strada sempre più sua, separata, quasi laterale rispetto al resto del governo. Non uno strappo aperto. Non una ribellione dichiarata. Piuttosto una serie di passi e segnali che danno l’idea di un politico deciso a non farsi fagocitare fino in fondo dalla linea di Palazzo Chigi e a esprimersi con un profilo più libero, più identitario, più da campagna elettorale prmanente. E così l’assenza ai Fori Imperiali è sembrata a molti meno casuale di quanto si voglia far credere. Un gesto silenzioso. Ma leggibilissimo. Quasi una polemica senza parole, affidata più all’assenza che a una dichiarazione.

Ed è proprio questo che ha acceso il caso: quando mancano le spiegazioni politiche, cominciano a parlare i simboli, i tempi, le coincidenze, e in politica spesso sono quelli a pesare di più. Anche per questo le reazioni degli alleati, prudenti, misurate al millimetro. Antonio Tajani ha provato a spegnere la discussione, citando anche le assenze di Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Una difesa debole, e per certi versi persino controproducente, perché il paragone non regge davvero. Un conto è il leader di un partito di maggioranza che è anche vicepremier, un altro sono i capi dell’opposizione, la cui presenza non è affatto obbligata dal cerimoniale. Ignazio La Russa ha scelto una linea ancora più secca: spiace, ma ognuno è dove vuole.

Parole che sulla carta difendono Salvini, ma senza troppa convinzione. Più che una copertura piena, è sembrato un modo per non alimentare ulteriormente la polemica. Ed è forse questo il dettaglio più charo. Nella maggioranza nessuno ha voglia di trasformare il caso in un incidente politico vero.

Però nessuno, allo stesso tempo, sembra disposto a intestarsi fino in fondo quella scelta. Segno che Salvini continua a muoversi un po’ per conto proprio, cercando di smarcarsi, di tenere acceso il rapporto diretto con il suo elettorato, di fare proseliti in una fase in cui la Lega sente il bisogno di recuperare terreno e visibilità. E lui lo fa coì: tenendo un piede nel governo e l’altro fuori, dentro la responsabilità di maggioranza ma senza rinunciare alla tentazione di marcare differenze ogni volta che serve.
Nello stesso giorno, peraltro, il 2 giugno è diventato terreno di scontro anche per un’altra polemica, quella nata dalle parole di Ilaria Salis.

L’eurodeputata ha definito inadeguata la Festa della Repubblica, tornando a criticare la parata militare e sostenendo che andrebbe abolita. Giorgia Meloni ha colto subito l’occasione per reagire in modo duro, parlando di dichiarazioni vergognose e indegne. Qui la linea della premier è stata chiarissima. Se sulla gestione delle assenze interne il governo ha cercato di abbassare il tono, sul fronte esterno Meloni ha invece scelto di alzarlo, trasformando la risposta a Salis in una difesa netta dei simboli nazionali e del profilo patriottico della maggioranza.

Il contrasto, del resto, è quasi inevitabile. Da una parte la presidente del Consiglio rivendica con forza il significato politico e identitario del 2 giugno contro chi lo contesta. Dall’altra deve fare i conti con l’assenza evidente del suo vicepremier proprio nel giorno in cui quella compattezza istituzionale avrebbe dovuto essere visibile, plastica, senza sbavature. È questo corto circuito a rendere la vicenda più interessante di una semplice polemica da giornata festiva.

Quanto a Conte e Schlein, la loro assenza è stata trascinata dentro il dibattito quasi come argomento di compensazione. Ma ha convinto poco. Chiamarli in causa ha finito soprattutto per mettere in luce l’imbarazzo di chi cercava di minimizzare il forfait di Salvini senza avere un argomento davvero solido per farlo. Perchè alla fine il nodo resta tutto lì: non l’assenza dei leader dell’opposizione, ma quella di un protagonista del governo. E allora il sospetto politico resta.

Salvini non ha bisogno di dire apertamente che vuole distinguersi. Gli basta scegliere quando esserci e quando no. In questa fase sembra volerlo fare sempre più spesso. Con mosse piccole, ma visibili. Con segnali indiretti, ma facili da decifrare.

E l’assenza del 2 giugno, più che un incidente, ha avuto proprio questo sapore: quello di un leader che continua a stare nella maggioranza, ma senza rinunciare mai del tutto a camminare da solo.


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