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Il lusso della disconnessione

Non essere reperibili è il nuovo status symbol

di Giovanni Vasso -


Dove vai se il diritto alla disconnessione non ce l’hai? Ecco, questo se lo chiedono in tanti. Oggi più che mai, dal momento che, tra social, smartphone e ipervelocità, siamo sempre raggiungibili 24 ore su ventiquattro, 7 giorni su sette. È un tema serio perché si connette (manco a dirlo…) alle nuove modalità di lavoro telematico. Insomma, allo smartworking. Che, lungi dall’essere un ricordo confinato alla pandemia, rappresenta una modalità di impiego molto pratica da migliaia di aziende. In tutto il mondo, non soltanto in Italia. Tuttavia, si tratta di una questione che non impatta solo sui lavoratori da remoto. Se è vero, come lo è, che basta un telefono per connettersi al web e per sedersi, seppur virtualmente, alla propria scrivania in ufficio.

Il diritto alla disconnessione in Italia e nel mondo

Il diritto alla disconnessione è vicenda che impatta sulla qualità della vita dei lavoratori. In pratica, come deriva dalle regole italiane, al dipendente è concesso di non rispondere a mail, sollecitazioni da parte dei “capi” fuori dall’orario di lavoro. Si può fare senza, per questo, subire conseguenze di sorta. A patto, va da sé, di non avere una partita Iva. A quel punto, perdersi una chiamata o un messaggio cambia tutto. Ma restiamo nell’ambito del lavoro dipendente. La norma rientra nell’impianto della legge 81 di maggio del 2017. Prima ancora che il Covid facesse capolino nelle nostre esistenze. Ma si tratta di normative che poi vanno rese concrete. E, come da abitudine quando si parla del diritto del lavoro, si lascia che le regole siano fissate in sede di concertazione dei contratti collettivi tra sindacati e parti datoriali. Più o meno lo stesso accade in Francia, con la legge El Khomri inquadrata nella più generale Loi du Travail approvata nel 2016. Il principio viene fissato, e vale per le aziende con oltre 50 dipendenti, e poi va declinato di anno in anno dalla contrattazione sindacale. La Spagna ritiene che quello alla disconnessione sia un diritto che va riconosciuto come, al contrario, un obbligo delle aziende a garantire un limite nell’uso dei mezzi tecnologici. La Germania, invece, non ha fissato per legge alcun diritto alla disconnessione lasciando che, ad occuparsene, sia la dialettica (non sempre hegeliana) tra imprese e sindacati. Fuori dall’Europa, poi, ci sono i casi di Australia e Canada che stanno iniziando a prevedere come un diritto quello alla disconnessione nel tentativo di tutelare la salute psicofisica dei lavoratori.

I lavoratori iniziano a sbuffare (e si dimettono)

Già, perché il tema è tutto qui. Nell’equilibrio tra lavoro e vita privata che incide sul benessere di chi lavora. E che, fin troppo spesso, ne ispira le decisioni. Detta in maniera un po’ più chiara: in Italia, insistere a chiamare fuori orario, a chiedere “piaceri” e presenze oltre il dovuto porta sempre più dipendenti, specialmente i più giovani e quelli più skillati, a presentare le dimissioni.
Da quando il dibattito pubblico, in tema di lavoro, è interamente occupato dai timori legati all’intelligenza artificiale se ne parla meno. Ma in Italia persiste il fenomeno delle dimissioni volontarie. E settembre, guardacaso, è proprio il mese in cui si registra un’impennata di addii. Certo, pesa come un macigno il rientro dalle ferie. Ma non si tratta sempre di decisioni prese d’impulso, con il mare ancora negli occhi e il sale sulle labbra. Il september surge è un fenomeno preciso, un’impennata come dice il nome stesso. Ogni scelta nasce da un processo che, evidentemente, parte da lontano. Si lascia il posto di lavoro perché si cerca di meglio. E, tra le opzioni più desiderabili, c’è appunto quella di chi offre la possibilità di poter tenere spento lo smartphone dopo l’orario di lavoro.

Il september surge

Secondo Hays Italia, la tentazione di mollare tutto coinvolge, in estate, addirittura otto lavoratori su dieci. Di sicuro si punta a ottenere stipendi più alti (un guaio nel Paese dei salari bassi e del costo del lavoro che pesa fin troppo) ma per il 42% degli italiani intervistati per la ricerca della società specializzata nella gestione delle risorse umane, al centro di ogni scelta c’è il work-life balance. In pratica, un equilibrio migliore tra vita privata e lavoro. Solo il 27% segue il miraggio della carriera e appena un italiano su cinque (20%) si muove per motivi etici e si mette alla ricerca di un’azienda “culturalmente migliore” di quella per cui già lavora. Infine, per un lavoratore italiano su dieci (per la precisione il 9%) occorrerebbe avere manager, o almeno dirigenti e “capi” migliori. Letti in maniera combinata, son dati che restituiscono una necessità che si fa sempre più pressante. Gli italiani non hanno più la minima intenzione di vivere per lavorare. Semmai hanno la consapevolezza che si deve lavorare per vivere. È un cambio di passo culturale. Che non deve essere per forza interpretato in una chiave populista e demagogica di scontro generazione.

Non è (solo) uno scontro generazionale

No, non è vero che i giovani non vogliono fare niente e preferiscono bighellonare anziché metter la testa a buon partito e andare a lavorare. Più semplicemente, gli italiani (e in particolar modo i ragazzi) non vogliono più sentirsi legati a una catena, per quanto digitale, ma pretendono di vivere anche al di fuori dell’orario di lavoro. Che lavoriamo a fare se, per dire, non c’è mai il gusto di poter passare una serata fuori senza l’incubo che trilli una notifica dello smartphone e ci richiami al lavoro? Ecco, il guaio per i titolari e i capi vecchia scuola è che questi lavoratori hanno delle competenze di cui hanno necessità se vogliono restare nel mercato. E che, poi, finiscono per perdere e non ritrovare più. Perché chi possiede le competenze, le “skill”, ne diventa consapevole. E pretende di poter lavorare il giusto. Non di meno, né di più. Ed è anche per questo che ora rischia, il diritto a tenere il cellulare spento, di diventare uno status symbol. Dove vai se la disconnessione non ce l’hai?


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