L’America porta la logica dei blocchi fin sulla Luna
Evocare un nuovo fronte di competizione, serve a blindare le richieste del Pentagono
La militarizzazione dello spazio non è più un’ipotesi da fantascienza né un tema confinato ai think tank strategici. Negli Stati Uniti è diventata dottrina operativa. Le parole pronunciate dal generale Dan Caine, presidente dei Joint Chiefs of Staff, segnano un salto di qualità. Le forze armate americane devono prepararsi a combattere non solo nell’orbita terrestre, ma anche “attorno alla Luna”. È la prima volta che un vertice militare statunitense include esplicitamente la regione cislunare nel perimetro del possibile confronto armato.
Preparativi di battaglie spaziali
L’annuncio è arrivato a poche ore dalla conferma, da parte di Washington, di aver dispiegato armi spaziali in orbita. Un riconoscimento pubblico che rompe un tabù e che, combinato con la retorica del nuovo teatro operativo, invia un segnale di assertività che rischia di destabilizzare l’intera architettura di governance dello spazio.
Non è un fulmine a ciel sereno. Dal 2019 gli Stati Uniti hanno istituito la Space Force, primo corpo militare indipendente dedicato alle operazioni extra-atmosferiche. Nel 2025 hanno presentato il programma “Golden Dome”, una difesa missilistica spaziale ribattezzata “Star Wars 2.0”. La giustificazione ufficiale è sempre la stessa. Cina e Russia starebbero estendendo la competizione militare nello spazio. Ma la logica è quella di attribuire agli altri l’intenzione di militarizzare lo spazio mentre si procede a farlo per primi.
La Luna, la dottrina e i fondi
Il punto è che gli Stati Uniti sono firmatari del Trattato sullo Spazio del 1967, che stabilisce l’uso pacifico dei corpi celesti e vieta il dispiegamento di armi nucleari in orbita. L’espansione della dottrina militare verso la Luna, insieme alla creazione di una forza armata dedicata e al riconoscimento di capacità offensive, rappresenta una progressiva erosione di quel quadro normativo.
Dietro la retorica della minaccia esterna si muove anche un calcolo interno. Il nuovo anno fiscale americano si apre il 1° ottobre e il budget della difesa per il 2027, 1,5 trilioni di dollari, è al centro di un duro confronto politico. Evocare un nuovo fronte di competizione, questa volta nello spazio profondo, serve a consolidare la narrativa dell’emergenza e a blindare le richieste del Pentagono. La minaccia è il pretesto, il budget l’obiettivo.
Una militarizzazione pericolosa
Il rischio è trasformare la regione Terra-Luna in un nuovo teatro di confronto tra potenze. Una volta innescata la corsa agli armamenti spaziali, nessun asset orbitale potrà dirsi al sicuro. Le infrastrutture civili, telecomunicazioni, osservazione terrestre, navigazione, diventerebbero vulnerabili, con ricadute globali.
L’esplorazione spaziale è nata come impresa scientifica e cooperativa. Ridurla a un’estensione della competizione geopolitica significa tradire quello spirito e moltiplicare i fattori di instabilità. Washington, alle prese con sfide di governance, sembra scegliere la strada dell’egemonia senza limiti, spingendo la militarizzazione fin dove finora era rimasta immaginata. La Luna non può diventare un nuovo fronte di guerra.
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