E-commerce e pacchi, scoppiata la guerra dell’ultimo miglio
Le imprese chiedono al governo una rivoluzione contrattuale
La giungla dell’ultimo miglio: è scoppiata la guerra (silenziosa) per il pacco dell’e-commerce da recapitare agli italiani.
La guerra dell’ultimo miglio
Ogni volta che premiamo “acquista ora” sullo schermo di uno smartphone, azioniamo un meccanismo invisibile e spietato. Un ingranaggio da oltre 8 miliardi di euro l’anno che dà lavoro a 150mila persone e che ha ormai ribaltato la storia della postalizzazione. La classica lettera d’amore o la bolletta cartacea rappresentano infatti appena il 7,7% dei ricavi del settore. L’80% del fatturato totale è guidato dai pacchi dell’e-commerce.
Ma dentro questo chilometro finale — il mitico e problematico “ultimo miglio” che porta la scatola di cartone dalla filiale alla porta di casa — è scoppiata una guerra regolatoria e industriale a tutto campo.
Un mercato, due pesi e due misure
A sollevare il polverone a Roma sono Fise Are – l’Associazione che raggruppa le imprese private di recapito- e il Consorzio A.RE.L..
Sono pronti a presentare un position paper infuocato a governo, Mimit e Agcom. Il punto sollevato è semplice, ma politicamente esplosivo. La legge italiana considera la consegna dei pacchi con le regole di ieri, mentre il mercato viaggia alla velocità di domani.
L’asimmetria competitiva
Da un lato ci sono gli operatori postali privati autorizzati. Sono sottoposti ai vincoli stringenti delle licenze ministeriali, al rispetto dei contratti collettivi di categoria, alla tracciabilità totale. Oltre che alla regolarità contributiva e agli obblighi della sicurezza sul lavoro.
Dall’altro c’è la galassia dei “vettori convenzionati”. Piattaforme tecnologiche, giganti della logistica distributiva e fornitori di servizi che si qualificano formalmente come meri trasportatori o intermediari digitali. E così riescono a sfilarsi dal perimetro delle norme postali.
Il risultato?
Stessa attività sul pianerottolo, ma costi, tutele e vincoli burocratici radicalmente diversi. Una terra di mezzo dove spesso prosperano subappalti a cascata. Cooperative spurie, contratti “pirata” e società apri-e-chiudi fanno concorrenza sleale alle aziende che investono in flotte green, locker e assunzioni regolari.
La resa dei conti: la flessibilità contro il caporalato urbano
La richiesta delle aziende di recapito privato al governo non è un’invocazione di protezionismo, ma la pretesa di regole simmetriche.
La richiesta: “stessa attività, stessi obblighi”. Chiunque consegni un pacco a domicilio deve sottostare agli stessi standard di trasparenza, tracciabilità e verifica dei titoli abilitativi, indipendentemente dall’algoritmo o dal software con cui organizza il servizio.
Ma la partita più complessa si gioca sull’organizzazione del lavoro. Il modello postale tradizionale è tarato sui cinque giorni lavorativi, orari diurni e volumi prevedibili. Ora, andato in frantumi contro l’era degli acquisti h24, dei picchi stagionali del Black Friday e delle consegne serali o nei fine settimana.
Le imprese chiedono una rivoluzione contrattuale
Chiedono più flessibilità plurisettimanale e contratti dinamici per gestire i picchi senza finire nella trappola del precariato selvaggio. La tesi di Fise Are è che la flessibilità legale e regolamentata rappresenti l’unico vero antidoto contro il caporalato urbano e le zone d’ombra della gig economy.
La battaglia per l’ultimo miglio è appena iniziata. C’è la fame insaziabile di consegne veloci ed economiche dei consumatori. E c’è la necessità urgente di dare dignità giuridica ed economica a chi quelle scatole le porta a destinazione.
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