Europa, la mafia invisibile alle leggi
Il nemico che ha cambiato volto
C’è un momento in cui un’istituzione smette di essere cornice e diventa contenuto. È accaduto l’altro giorno nello Spazio Esperienza Europa – David Sassoli, sede italiana del Parlamento europeo a Piazza Venezia, quando diplomatici, magistrati, accademici e ufficiali delle forze dell’ordine si sono riuniti attorno a un tema che le istituzioni europee hanno impiegato decenni a mettere in agenda: la criminalità organizzata transnazionale come minaccia sistemica alla democrazia, all’economia e alla sovranità degli Stati.
Paola La Salvia, Tenente Colonnello della Guardia di Finanza, già dirigente della DIA per dodici anni e autrice del saggio I Malacarni, è intervenuta con fermezza e dati concreti.
Come la mafia è diventata globale, pronuncia la frase che vale come punto di non ritorno: «Le mafie non conoscono confini. Anche il diritto deve acquisire una dimensione sempre più europea e globale».
Non è certo retorica. È uno stimolo alla riflessione destinato ai legislatori di ogni latitudine.
Il vuoto che la legge non colma
La tesi è senza sconti: la legislazione antimafia italiana non ha equivalenti nel mondo. Fuori dall’Italia non esiste nulla di paragonabile all’art. 416-bis, la norma che colpisce l’associazione di tipo mafioso nella sua struttura, prima ancora che nei reati che produce.
Altrove, i crimini vengono perseguiti per singole fattispecie penali, senza una visione d’insieme capace di riconoscere il fenomeno nella sua natura metastatica, nel suo essere un organismo che cresce e si riproduce con un’unica matrice culturale.
Questa lacuna non è un dettaglio tecnico: è la vulnerabilità strutturale che le organizzazioni criminali abitano da decenni, spostandosi dove le leggi tacciono e dove manca la categoria giuridica che le nomina nella loro interezza.
Una holding planetaria
I numeri portati al convegno non lasciano margini. Il denaro riciclato ogni anno vale tra il 2 e il 5 per cento del PIL globale.
Oltre l’80 per cento delle reti criminali adopera imprese legali come schermo. Il mercato europeo della droga vale almeno 31 miliardi di euro l’anno.
Nel 2024 la produzione mondiale di cocaina ha segnato il livello più alto mai registrato, con una crescita del 34 per cento sull’anno precedente, e i Paesi dell’Unione europea hanno sequestrato 420 tonnellate per il settimo anno consecutivo.
L’Europa è il secondo mercato mondiale per le droghe, dopo il Nord America.
La ‘Ndrangheta domina il narcotraffico internazionale non perché sia la più violenta, ma perché è la più capace di tenere insieme identità territoriale e vocazione globale: radicata in Calabria come in Germania, in Australia come in Canada, con una struttura che funziona da rete logistica planetaria.
Confiscare, non solo arrestare
Igor Angelini di Europol aggiunge un elemento inquietante: la cocaina oggi arriva grezza, incorporata chimicamente in prodotti insospettabili, per essere estratta in laboratori clandestini sorti sul suolo europeo.
Una corruzione pervasiva infiltra i porti e i nodi logistici.
Le organizzazioni reclutano minorenni attraverso le piattaforme digitali.
Il colonnello Paolo Storoni, trent’anni tra ROS e DIA, segnala il paradosso delle Segnalazioni di Operazioni Sospette: il sistema genera un eccesso di comunicazioni dettato da autotutela professionale, producendo il «rumore» che satura gli uffici ispettivi e vanifica il monitoraggio reale.
Emanuele Fisicaro, presidente del Centro Studi Europeo Antiriciclaggio, ricorda il principio che orienta ogni strategia efficace: le organizzazioni sopravvivono alla morte dei capi. Non sopravvivono alla confisca sistematica degli asset.
Il modello che l’Europa non ha
Il Consigliere della Cassazione Giuseppe Cricenti, richiamando le dinamiche di una ‘ndrina di Limbadi, chiarisce il punto che distingue il modello italiano da tutti gli altri:
la nostra legislazione penale possiede un’efficacia preventiva prima che repressiva, concepita per sottrarre tempestivamente uomini e mezzi alle organizzazioni.
Un principio che gli ordinamenti stranieri non hanno ancora assimilato, e che le mafie sfruttano ogni giorno.
Il messaggio che esce dalla sala di Piazza Venezia è senza equivoci: i legislatori europei e internazionali devono scegliere.
Possono continuare a perseguire i singoli reati, inseguendo le manifestazioni del fenomeno senza mai colpirne la struttura profonda.
Oppure possono adottare il modello italiano, costruendo una categoria giuridica che riconosca la mafia per ciò che è: un organismo con propria cultura, propria capacità di intimidazione, propria logica di infiltrazione che prescinde dagli atti criminosi singoli. L’Unione europea ha mosso passi con la nuova architettura antiriciclaggio e con l’istituzione, nel 2024, dell’Agenzia europea antiriciclaggio.
Ma un’agenzia finanziaria non sostituisce la norma che colpisce l’associazione nella struttura. Il vuoto rimane. E le mafie lo abitano con la pazienza di chi sa che il tempo lavora per loro.
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