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Napoli

“Fate presto”: la protesta di Napoli non abita nel campo largo

La questione sociale è un'emergenza incandescente che non si addomestica con le alchimie di partito. Il "Fate presto" è un monito che non ammette repliche burocratiche

di Angelo Vitale -

Lo striscione con la scritta 'Fate Presto' esposto sulla facciata laterale del palazzo Reale di Napoli da un gruppo di disoccupati della platea dei 1200 tirocinanti il cui accesso ai corsi è stato bloccato a poche ore dalla prevista partenza del primo luglio


“Fate presto”, ma cosa fa il campo largo di Napoli?

Nel capoluogo campano, un’immagine che, più di ogni slide elettorale, restituisce il senso dell’urgenza e del fallimento: un lenzuolo bianco che pende dalla facciata laterale di Palazzo Reale.

Lo striscione di Napoli

Sopra, due parole che a Napoli non sono mai state solo inchiostro, ma un urlo di sopravvivenza: «Fate presto». Era il 1980 quando quel titolo del Mattino squarciò il velo sulle macerie del terremoto. Ieri, lo stesso grido “srotolato” dai disoccupati del Movimento 7 Novembre e del Cantiere 167 Scampia per denunciare un altro sisma, quello sociale.

Il “Fate presto” non abita nei Palazzi del campo largo

Siamo nella capitale pretesa e dichiarata del “campo largo”, il laboratorio politico dove l’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle, con forte determinazione promossa da AVS e benedetta dalla gestione Fico-Manfredi, dovrebbe dimostrare che un’alternativa di governo esiste ed è solida.

Eppure, proprio qui, il meccanismo si è inceppato in un cortocircuito grottesco. Mentre i leader discutono di egemonia culturale e strategie nei salotti istituzionali, fuori dai palazzi 1.200 famiglie sono precipitate in un limbo kafkiano.

Tirocini formativi per servizi ambientali bloccati a poche ore dall’avvio, nonostante contratti già firmati e visite mediche effettuate.

Il nervo scoperto

Tutto qui: nella distanza siderale tra il tempo della burocrazia e quello della fame. Per i disoccupati, il lavoro non è una voce di bilancio da negoziare nei tavoli tecnici, ma un diritto immediato.

Per la sinistra di governo che si fa modello per l’Italia, invece, la priorità sembra essere quella di accreditarsi come forza moderata e affidabile agli occhi di Roma. Finendo però schiacciata tra la necessità di mantenere l’ordine pubblico e il paradosso di dover gestire la propria piazza storica che ora le si rivolta contro.

Il teatrino di Avs

In questo scenario, il ruolo di Alleanza Verdi e Sinistra appare come l’esempio più plastico di un equilibrismo che rasenta il teatrino. Gli esponenti locali si dividono con disinvoltura: la mattina portano solidarietà fisica ai manifestanti sotto Palazzo Reale o al Duomo, scattando foto con gli striscioni per non perdere il contatto con il bacino elettorale dei movimenti.

Nel pomeriggio tornano nei consigli comunali e regionali a votare i bilanci e a spiegare – innanzitutto a se stessi – che le assunzioni dirette “fuori legge” non sono possibili.

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Un gioco rischioso

Se spingono troppo sulla protesta irritano gli alleati del M5S e del Pd. Se mediano troppo, diventano per la piazza l’ennesimo simbolo del “potere di palazzo”. Il blitz a Palazzo Reale, solo l’ultimo atto di un’escalation che ha toccato i simboli identitari della città: dall’altare del Duomo al Maschio Angioino, fino al Mann.

Azioni dimostrative che mettono a nudo la fragilità di un campo largo che fatica a parlare alla propria “pancia”.

Se la risposta delle istituzioni rimane il congelamento dei fondi e la richiesta di ulteriore pazienza, quella “capitale pretesa” rischia di trasformarsi in una trappola.

La guerra nel campo largo

I disoccupati lo dicono chiaramente: non accetteranno una “guerra tra poveri”. La vera guerra, silenziosa e politicamente letale, si sta consumando però dentro una coalizione che non riesce a conciliare la sinistra della strada con quella dei palazzi.

Mentre si cerca una sintesi elettorale rassicurante e “patinata”, la realtà di Napoli ricorda che la questione sociale è un’emergenza incandescente che non si addomestica con le alchimie di partito. Il “Fate presto” è un monito che non ammette repliche burocratiche.

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