La destra che si inchina all’ideologia. Parliamo seriamente di fine vita
La dichiarazione del presidente del Senato Ignazio La Russa, che definisce essenziale una norma sul fine vita, e l’insistenza di figure come quella di Luca Zaia tradiscono un’impostazione culturale non solo debole, ma profondamente pericolosa. Qui non si tratta di esprimere una legittima contrarietà morale al suicidio assistito, ma di smascherare la deriva giuridica e politica che si spalanca ogni volta che si cede all’ideologia a scapito del diritto.
La storia recente insegna, ed è sotto gli occhi di tutti, quanto sia drammatica la miopia della destra quando si lascia trascinare su un terreno altrui. È lo stesso copione già visto con la legge 194. Di quella norma è stata applicata unicamente la parte che spalanca le porte all’interruzione della gravidanza, mentre la tanto decantata parte preventiva, quella che imporrebbe allo Stato e alle strutture pubbliche di rimuovere le cause economiche e sociali, aiutando concretamente le donne a portare avanti la gravidanza, è rimasta lettera morta. Anzi, viene anche vista come un retaggio dell’oscurantismo.
Praticamente questo è il concetto di uguaglianza della sinistra. Una donna che magari non ce la fa per motivi economici, meglio che si toglie il pensiero, e leva un peso alla società. Il darwinismo sociale avrebbe avuto più remore.
Il diritto all’aborto, chiamato in maniera politicamente corretta, diritto di scelta; sbandierato in origine come extrema ratio per sottrarre le madri alla clandestinità o per salvare vite a rischio, si è trasformato in un dogmatico “il corpo è mio e decido io”, cancellando l’altra creatura, estromettendo il padre biologico e riducendo la vita nascente a un bene disponibile. Una degenerazione culturale suggellata persino dalla folle scelta di inserire l’aborto nella Costituzione francese.
Eutanasia ed egemonia culturale: la strategia della sinistra
Il bello poi sono i politici di destra. Che cantano ai quattro venti felici di aver votato una cosa, sperando che la sinistra li plauda dandogli il patentino di agibilità politica. Da qui si vede veramente che la destra ha bisogno di una profonda crisi di riflessione. Non perché debba diventare oscurantista. Semplicemente perché non può pensare, soprattutto quando sono gli elettori, unici veri titolati in democrazia, a darle l’agibilità politica, di dover ottenere dalla sinistra.
Ora si vuole replicare esattamente lo stesso schema con l’eutanasia. Forse gli esponenti di centrodestra che strizzano l’occhio a queste normative agiscono in buona fede, ma dimostrano di non comprendere la strategia della sinistra.
Una battaglia di egemonia culturale volta a scardinare i principi non negoziabili, sfruttando leggi vaghe per occupare ogni spazio e ribaltare i concetti fondamentali dell’ordinamento.
Il vero obiettivo politico che si cela dietro le spinte eutanasiche non è la compassione per il malato terminale, ma l’affermazione di un principio radicale e libertario: “Io posso decidere quando morire”. Come recita efficacemente la pellicola La grazia, la domanda ultima posta al potere politico non riguarda il dolore, ma a chi appartengono i nostri giorni. La pretesa sottesa è che l’individuo, in salute o nella malattia, debba poter disporre della propria vita a proprio piacimento.
Oggi la sinistra non può dirlo perché ci sono ancora resistenze morali troppo forti. Domani diventerà la normalità.
Dai diritti LGBTQ+ al fine vita, la deriva del relativismo
È esattamente quello che avviene per i diritti LGBTQ+. Un conto è tutelare le persone dalla violenza, e su questo siamo tutti d’accordo. Un conto è dire che non esiste il genere. E siamo tutti quello che vogliamo essere, uomini donne o una via di mezzo. Un conto è dire che due persone si possono amare liberamente affari loro; tutt’altro conto è imporre un sovvertimento sociale per il quale non esistono più le famiglie. E io debbo poter adottare i bambini. Anzi iniziamo a preparare il terreno indottrinando i bambini nelle scuole sul fatto che non sono più maschi o femmine.
Però ci stanno arrivando perché non trovano posizione culturale alternativa strutturata e soprattutto appoggiata in maniera determinata!
La destra non capisce che inseguire questa narrazione significa consegnare la vittoria culturale agli avversari, spalancando le porte a una società in cui ogni cosa è relativa, ogni valore opinabile, ogni identità demonizzata.
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