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Ambiente

Frane e alluvioni: un conto “salato” e i cantieri “fantasma”

Una elaborazione incrociata tra il report di Greenpeace Italia e le denunce dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili scatta una fotografia drammatica

di Dave Hill Cirio -

Installate le paratie alle spallette per il passaggio dell’ondata di piena dell’Arno a causa del maltempo, Pisa, 14 marzo 2025./// Installation of bulkheads on the parapets for the passage of the Arno flood wave due to torrential rain, in Pisa, Tuscany region, Italy, 14 March 2025. An extreme weather 'red alert' on Friday was in place in many areas of Tuscany and Emilia-Romagna amid torrential rain and flooding. ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI


Frane e alluvioni, l’Italia che affonda segnala 19 miliardi di danni e lo stallo dei cantieri “fantasma”. Mentre il cambiamento climatico presenta un conto salatissimo, la burocrazia italiana risponde con una lentezza esasperante.

L’Italia affonda nel fango e nella burocrazia

Una elaborazione incrociata tra il report di Greenpeace Italia e le denunce dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili scatta una fotografia drammatica. Siamo un Paese che spende miliardi per rincorrere le emergenze, ma non riesce a “mettere a terra” i soldi già stanziati per evitarle.

Il dossier Greenpeace potrebbe essere intitolato a un decennio di fango. Il report “Quanto costa all’Italia la crisi climatica?” non lascia spazio a interpretazioni e si concentra sul versante del climate change lasciato “incustodito”. Tra il 2015 e il 2024, frane e alluvioni hanno divorato 19,2 miliardi di euro. Una cifra enorme, pari a quasi una manovra finanziaria, che ha colpito duramente soprattutto l’Emilia-Romagna, la Campania e il Veneto.

Ma il dato che scotta è un altro: di questi 19 miliardi, i cittadini e le imprese hanno visto tornare indietro briciole. Lo Stato ha rimborsato ufficialmente solo 3,1 miliardi (il 17%). Un deficit di protezione che sta spingendo intere aree del Paese verso l’impoverimento strutturale e l’abbandono del territorio.

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Pochi cantieri: uno stallo inqualificabile

Se Greenpeace conta i danni, l’Ance conta i ritardi. La presidente Federica Brancaccio ha lanciato un monito durissimo durante il recente vertice “Un Piano per l’Italia”. Le risorse complessivamente programmate per la messa in sicurezza superano i 20 miliardi di euro (sommando Pnrr, Fondi Coesione e bilanci ordinari), ma la spesa reale è ferma a un misero quinto del potenziale.

Nello specifico, l’allarme riguarda i circa 3,9 miliardi di interventi effettivamente cantierizzati o in fase avanzata. “Siamo bloccati in un loop emergenziale” è la denuncia. L’Italia spende mediamente 3,3 miliardi l’anno per riparare i danni — il triplo rispetto al 2010 — ma non riesce a far procedere i lavori di prevenzione con la velocità necessaria.

Ma perché i soldi non diventano opere? Secondo l’analisi tecnica dell’Ance, i colli di bottiglia che causano lo stallo sono principalmente tre. I tagli e rimodulazioni. La revisione dei piani legati al Pnrr ha spostato scadenze e criteri, creando incertezza negli uffici tecnici dei piccoli Comuni.

Poi, l’impennata dei costi. L’inflazione nel settore edile (con punte del +60% per materiali strategici come il bitume o l’acciaio nel 2026) ha reso molti vecchi progetti insostenibili, costringendo le stazioni appaltanti a rifare i calcoli da capo. Infine, pesantissima, una governance frammentata. Un singolo intervento di messa in sicurezza può richiedere l’autorizzazione di oltre 10 enti diversi, tra ministeri, Regioni, Autorità di Bacino e Soprintendenze.

Prevenire costa meno che piangere

L’evidenza scientifica e quella economica coincidono. Per Greenpeace serve una legge sul clima che obblighi alla trasparenza sui danni e alla rapidità dei ristori. Pr l’Ance serve una cabina di regia unica per spendere subito gli 8,8 miliardi annui che teoricamente sarebbero già disponibili. Senza questo cambio di passo, il sistema Italia continuerà a pagare miliardi per asciugare il fango, mentre i progetti salvavita restano chiusi nei cassetti.


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