La destra italiana e la sfida del futuro
di Amedeo Canale
Nel 2022 Giorgia Meloni è diventata la prima Presidente del Consiglio di Destra della storia repubblicana. Un passaggio storico che, oltre alle responsabilità di governo e alle sfide di legittimazione nazionale e internazionale, affidava alla nuova leadership un compito ancora più ambizioso: trasformare il panorama politico italiano, trasformando il Centrodestra.
In quell’occasione scrissi che la vera sfida non sarebbe stata soltanto governare, ma modificare lo scenario partitico del Paese, promuovendo una “costituente conservatrice” capace di proiettare nel futuro i partiti e l’elettorato di centrodestra, superando la dimensione della mera testimonianza, modellando la nuova coalizione e consegnando a ruoli secondari i gruppi di potere sopravvissuti non certo per capacità di rappresentanza. A quasi quattro anni di distanza, quella sfida appare ancora incompiuta.
La Premier ha concentrato il proprio impegno sulla credibilità dell’azione di governo, sulla legittimazione internazionale dell’Italia e sulla dimostrazione che la Destra potesse esercitare responsabilità istituzionali senza rappresentare un fattore di instabilità democratica. Un obiettivo che, a mio avviso, è stato in larga parte raggiunto. Ha però lasciato irrisolto il nodo della costruzione di una nuova classe dirigente e di una cultura politica adeguata alla fase di governo. Fratelli d’Italia, infatti, si è trovato a guidare il Paese con una struttura cresciuta all’opposizione, senza compiere quel salto qualitativo richiesto dall’improvvisa espansione del consenso.
Il tanto declamato principio del merito avrebbe dovuto tradursi in una reale selezione delle competenze, nella valorizzazione delle migliori energie e nell’apertura a donne e uomini capaci. Invece, dietro la bandierina della militanza, hanno continuato a prevalere logiche di appartenenza localistica e dinamiche interne fideistiche, più attente alla difesa degli equilibri consolidati che all’allargamento della classe dirigente stessa.
Il limite più evidente riguarda però la dimensione culturale. La denuncia della cosiddetta “egemonia della sinistra” pone una questione reale, ma non può risolversi nella sola occupazione (seppur legittima) di posizioni apicali nelle istituzioni culturali. Un’alternativa richiede elaborazione, formazione, nuovi linguaggi e la capacità di far crescere una nuova generazione di intellettuali di riferimento.
In questo senso, ritengo sia stato un errore strategico non valorizzare figure come Buttafuoco al di fuori del piano istituzionale; marginalizzare contributi come quello di Veneziani o limitare ai soli media l’apporto di analisi che possono dare giornalisti di grande qualità, invece di richiamare tutti al compito imponente della costruzione di una nuova identità di Destra.
La Destra aveva bisogno di rimettere il Futuro al centro della propria proposta politica, costruendo una visione moderna ed articolata della società, dell’economia, delle istituzioni e del ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Senza però tralasciare i valori di base. Lasciare scoperto questo terreno, ha significato inevitabilmente spingere altri di occuparne gli spazi più spiccatamente tradizionalisti.
Ed è proprio da questa distanza tra classe dirigente e comunità di riferimento che nasce lo spazio per nuovi soggetti politici. Chi governa deve confrontarsi con il realismo delle istituzioni, ma gli elettori non rinunciano automaticamente ai valori su cui hanno riposto il consenso. Se una leadership non accompagna quella comunità nella nuova fase storica, la distanza aumenta e nuovi spazi politici diventano contendibili. È in questa prospettiva che va letta anche la nascita di Futuro Nazionale.
Su questo Giorgia Meloni, in qualità di leader indiscussa del Centro Destra, dovrebbe riflettere attentamente. La base di Futuro Nazionale coincide in larga misura con il bacino umano, culturale ed elettorale che per anni ha sostenuto Fratelli d’Italia o, per momentanea ricollocazione, la Lega. Considerarlo estraneo o marginale significa fermarsi al solo calcolo elettoralistico e non cogliere la natura del fenomeno.
La storia della Destra dovrebbe suggerire, invece, maggiore prudenza. Per decenni il Movimento Sociale Italiano è stato escluso dal pieno riconoscimento politico e sociale, fino all’intuizione di Berlusconi e alla trasformazione in Alleanza Nazionale. Riproporre oggi, verso una parte della stessa area culturale e politica, le medesime logiche di delegittimazione, appare quantomeno come una gigantesca amnesia. La maturità di una forza politica non si misura solo nella capacità di vincere le elezioni, ma anche in quella di governare il pluralismo del proprio campo.
Futuro Nazionale nasce anche da questa domanda irrisolta: non soltanto da una dinamica pre-elettorale, ma dalla percezione che alcuni temi e alcuni valori siano stati progressivamente attenuati nel passaggio dalla fase di testimonianza alla responsabilità di governo. A questo si aggiunge il fenomeno scatenante di un crescente familismo politico, scollegato dall’evidenza che l’attuale consenso di Fratelli d’Italia sia il risultato della somma tra il radicamento reale del partito (5%) e il consenso personale della Premier (25%).
Sicurezza, identità, interesse nazionale, rapporto tra Stato e comunità, ruolo dell’Italia nelle istituzioni europee sempre più a-democratiche: sono questioni che non perdono rilevanza solo perché diventano più complesse da sostenere nell’esercizio del governo o perché possono rendere più difficile la ricerca di un consenso moderato. Ciò che viene accantonato per esigenze istituzionali, non necessariamente perde valore nella società.
Per questo Futuro Nazionale non dovrebbe essere considerato un incidente di percorso, un corpo estraneo o un usurpatore di una storia non propria. Può rappresentare, al contrario, uno stimolo per una Destra che rischia di affidarsi troppo alla gestione del consenso della Premier e troppo poco all’elaborazione di una visione contemporanea che sia nazionale, internazionale e popolare insieme.
La sfida sarà trasformare identità e valori in una proposta politica moderna, capace di restituire omogeneità all’area della Destra italiana, riservando la radicalità esclusivamente ai principi e non già alla prassi politica. Un compito difficile, soprattutto in assenza conclamata di figure capaci di unire visione e costruzione politica come lo furono Tatarella e Fisichella da una parte, Urbani e Letta dall’altra, sotto l’ala politica di Berlusconi.
In questo quadro, la nascita del movimento del Generale Vannacci assume una rilevanza politica proprio perché introduce un elemento di novità. E una comunità politica non si rafforza cancellando le differenze, ma trovando il modo di rappresentarle. La sfida della Destra italiana non è soltanto governare il presente, ma avere il coraggio di costruire il futuro. Senza lasciare indietro nessuno…
Personalmente però, dal di sopra di tutto, considero significativa la scelta di Vannacci di collocare la propria battaglia sul terreno del linguaggio e della dialettica politica. Il Generale ha compreso che ogni battaglia culturale nasce dalle parole, perché attraverso di esse si costruisce il modo in cui una società interpreta la realtà. Il suo metodo punta a mettere in discussione anni di stravolgimenti del significato delle parole, liberando il dibattito della Destra dai vincoli del “politicamente corretto all’italiana” e contestando quelle categorie culturali che, secondo questa lettura, hanno spesso attribuito patenti di legittimità democratica attraverso il richiamo all’antifascismo militante.
Il punto centrale è che, prima ancora di conquistare consenso, occorre intervenire sui meccanismi linguistici che orientano il pensiero pubblico. Quando cambia il significato delle parole, cambia anche il modo con cui una comunità interpreta la realtà. Per questo reputo la battaglia sul linguaggio una scelta strategica originale e interessantissima: perché agisce alla radice del conflitto culturale e politico.
Ritengo quindi questo metodo efficace e politicamente dirompente, anche quando assume toni fortemente provocatori. Richiede padronanza della dialettica prima ancora che dell’oratoria, precisione nell’uso delle parole e capacità di controllo.
In definitiva, il suo contributo evidenzia un punto essenziale: chi accetta integralmente gli schemi linguistici imposti dal proprio avversario, rischia di perdere la battaglia culturale prima ancora di iniziarla.
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