Il gas è un grande affare per tutti tranne che per l’Europa
I conti non tornano: paghiamo (molto) di più, compriamo (molto) meno. E gli americani sono in prima fila
Il grande affare del gas ovvero dagli amici ci guardi Iddio: l’Europa è diventata il punching ball del mondo. Anzi, il bancomat di tutti. E a Bruxelles se la dormono della grossa. Eurostat, ieri, ha fatto il punto della situazione sull’import di energia. I numeri sono quelli che assomigliano a una vera e propria truffa. Tra mille virgolette, per carità. Non si offenda nessuno. Si paga di più, si compra di meno. L’istituto statistico europeo ci informa graziosamente che il valore delle importazioni Ue di gas naturale liquefatto, nel secondo trimestre di quest’anno, è balzato del 4,1 per cento. Contestualmente, però, il volume di merce effettivamente acquistata è sceso del 5,6 per cento. Il conto è salatissimo.
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L’Europa e l’affare (degli altri) sul gas
Ma da chi compriamo tutto ‘sto gas pagando cifre astronomiche che poi, ovviamente, si ripercuotono su famiglie, imprese e sulle economie nazionali? Dagli americani. Il 63% del gnl, stando ai calcoli di Eurostat, arriva dagli Stati Uniti d’America. Alla faccia delle promesse, alla faccia delle rassicurazioni. Altro che gas a buon mercato. Subito dopo gli americani, indovina indovinello, c’è la Russia. Da cui continuiamo a importare il 17,3% del fabbisogno di gas. Pagandolo ben più di quanto lo pagassimo prima. Al terzo posto c’è l’Algeria con una quota di “mercato” europeo stimata da Eurostat all’8,1 per cento. Epperò i conti del gas non finiscono mica qui.
E poi c’è Londra
Perché, il gas, lo importiamo anche allo stato gassoso. In particolar modo dalla Norvegia. A cui stiamo pagando, a peso d’oro, l’elettrificazione che sognavamo per noi: la quota di gas che arriva da Oslo è pari al 51,2% delle importazioni. Subito dopo, ancora una volta, l’Algeria con il 18,2%. Al terzo posto, udite udite, quei fedifraghi degli inglesi. Il Regno Unito ha abbandonato l’Ue e adesso le vende l’equivalente dell’11,1% delle sue importazioni di gas. Londra, almeno su questo, ha battuto Mosca che continua a vendere all’Ue il 10,2% del gas naturale allo stato gassoso. Già questo basterebbe. E invece no. Perché la barzelletta è da ricercarsi (ancora) altrove.
Gli stoccaggi boccheggiano
Sì, perché gli stoccaggi in Europa non sono mai stati così bassi. Mai tanto giù, pare, addirittura dal 2011. E mai è successo alla vigilia di un inverno che si preannuncia caldissimo, almeno sul fronte economico e politico. I nostri amici internazionali preferiscono venderlo all’Asia. Che poi vuol dire Giappone, Corea del Sud (capace di pagare 5,3 milioni di dollari il passaggio anticipato di una sua petroliera a Panama) e soprattutto Cina e Sud Est asiatico. E c’è poco da gioire se il prezzo del gas, al Ttf di Amsterdam, è in calo. Lo è, ed è vero e continua a scendere sotto la soglia dei 75 euro al megawattora. Peccato, però, che un anno fa lo pagavamo esattamente la metà: tra i 35 e i 38 euro.
Il conto lo pagano le famiglie
Il conto, però, mica lo pagano gli eurocrati brusselesi. Quelli non li smuove nessuno dal calduccio dei loro palazzi di carte (bollate). Il prezzo lo pagano i cittadini. Confartigianato, ieri, ha riferito che da quando è insorta la crisi di Hormuz, le famiglie italiane hanno pagato qualcosa come 1,8 miliardi di euro in più in appena sei mesi. Per le imprese, poi, la situazione non è meno grave. Federacciai, ieri, è tornata sul tema scottante degli Ets. Già, perché non bastano i prezzi folli dell’energia, non basta pagare tutto di più, no. C’è da sganciare pure per le compensazioni green. La produttività italiana è in ginocchio. Ma lo stesso succede in Germania, in Francia, ovunque. E no, mal comune in questo caso non è per niente mezzo gaudio. Il bicchiere è mezzo vuoto e lo sarà totalmente quando, dal 1° gennaio del prossimo anno, i rubinetti con la Russia si chiuderanno definitivamente.
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