L'annunciato accordo tra Hamas e Israele per la seconda fase della tregua nella Striscia è tutto da verificare e realizzare
L’accordo annunciato da Hamas e rilanciato da Donald Trump segna una svolta che tenta di rifondare la governance della Striscia di Gaza dopo anni di guerra. La portata storica è evidente: disarmo delle fazioni armate, creazione di un nuovo governo palestinese, ritiro delle forze israeliane e ingresso di una Forza Internazionale di Stabilizzazione. Una trasformazione che, se attuata, chiuderebbe uno dei fronti più incandescenti del Medio Oriente e ridisegnerebbe gli equilibri regionali.
Tanti i nodi da sciogliere
Ma dietro la retorica celebrativa, le incognite restano pesanti. Il movimento islamico di resistenza accetta il principio del disarmo, ma solo dopo un ritiro israeliano effettivo, il dispiegamento di una forza internazionale e lo scioglimento delle milizie create dall’occupazione. Ghazi Hamad, negoziatore del movimento, lo ha ribadito ad Al Jazeera e al Wall Street Journal. Nessuna consegna delle armi senza fine delle operazioni militari e ingresso degli aiuti umanitari. Una condizione che riflette una sfiducia radicata verso Israele, non nuovo a modificare unilateralmente i termini degli accordi o a rallentarne l’attuazione. La sostenibilità dell’intesa dipende proprio dalla capacità di Tel Aviv di rispettare gli impegni.
Il presunto ruolo dell’Iran
A complicare il quadro contribuirebbe l’Iran. Secondo Axios, funzionari dei Pasdaran avrebbero tentato di convincere Hamas a non firmare, temendo che il disarmo possa indebolire l’asse della “resistenza”. Il fatto che l’intervento di Teheran non abbia avuto successo, rivela quanto il movimento palestinese stia cercando una via d’uscita autonoma.
Le turbolenze politiche in Israele
Sul fronte israeliano, la tregua è una mina politica. Le componenti oltranziste del governo Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir e l’ala più radicale del Likud, considerano il ritiro da Gaza una resa mascherata. La prospettiva di consegnare la gestione delle armi a un Comitato palestinese è vista come un tradimento delle promesse fatte alla base più dura dal premier. Questo epilogo, che arriva a ridosso delle elezioni, rischia di pesare come un macigno sulla leadership di Netanyahu, già indebolita da divisioni interne e da una gestione della guerra contestata anche da settori moderati della società israeliana. Insomma, potrebbe trasformarsi in un boomerang elettorale.
Il fronte interno negli Usa e l’obiettivo di Trump
Per Donald Trump, invece, è un prezioso dividendo diplomatico. Dopo il fallimento strategico della guerra con l’Iran, costosa, inconcludente e politicamente corrosiva, il presidente aveva bisogno di un successo internazionale da spendere in vista delle elezioni di midterm. Spegnere uno dei fuochi più pericolosi del Medio Oriente gli consente di presentarsi come l’artefice di una “svolta epocale”, un messaggio che la Casa Bianca ha già iniziato a diffondere. In un momento in cui la sua politica estera è sotto scrutinio, l’enclave palestinese diventa improvvisamente un “asset elettorale” utile a compensare le criticità accumulate.
Se attuato, l’accordo avrebbe una portata storica
Resta però in sospeso la domanda decisiva: questo accordo è davvero sostenibile? Hamas pone condizioni stringenti, Israele mantiene un atteggiamento ambivalente, l’Iran osserva con ostilità. La storia del conflitto israelo-palestinese è costellata di intese annunciate e poi naufragate. Proprio per questo ha una valenza storica, perché tenta di rompere un ciclo, ridisegna Gaza e apre nuove faglie politiche a Gerusalemme, Teheran e Washington.
Non è solo un capitolo della geopolitica regionale, ma un passaggio che potrebbe influenzare le dinamiche politiche interne di due Paesi chiave. Quanto stabilito dopo faticose trattative, cambia il Medio Oriente, le urne e forse, prima ancora, il destino dei leader più discussi.